Essere giovani a Notre-Dame

Vado a trovare Andrea a Parigi in un viaggio che da Bruxelles mi porterà a Torino, Genova, Lerici, Roma. É estate, pianifico il futuro, attendo risposte, sono stufa del grigio brussellese che mi avvolge da troppi mesi, sono in cerca di nuove avventure, di sole e di libertà.

Andrea è il mio amico un po’ scienziato e un po’ artista che da tre anni vive a Parigi e si gode la vita bohemienne mentre cerca un dottorato in matematica.

Non è la prima volta che lo vado a trovare. Abita in un grazioso e minuscolo monolocale a Quai de la Seine, sulle sponde di un piccolo canale dove accanto all’acqua scorre la vita.

Lo scroscio dei bicchieri e il brusio della gente raggruppata nei bar a ridosso dell’acqua raggiungono le due finestre del secondo piano come musica di sottofondo che non disturba ma accompagna, un ritmo perpetuo che ammalia come i flauti incantatori con i serpenti.

Usciamo, scorriamo in bici sulla strada verso sud est, in direzione Canal St Martin. Lo percorriamo per qualche chilometro, lasciamo la Senna e attraversiamo le strade del quartiere di Marais per poi ritrovare il fiume all’altezza di Notre-Dame.

Parcheggiamo le bici e raggiungiamo l’Ile Saint Louis, l’isola acquatica che divide il fiume in due proprio di fronte alla cattedrale. Lì in mezzo ci sediamo noi, con le birre e i gargoilles che ci guardano dagli archi rampanti. Qualche settimana prima, quando lo ero andata a trovare per un altro fine settimana di spensieratezza, Andrea mi aveva spiegato che le statue leggendarie non erano una semplice decorazione gotico medievale, ma degli scarichi d’acqua piovana aggiunti apposta per evitare che questa danneggiasse le pareti della Chiesa.

Quel giorno infatti pioveva, e l’acqua sgorgava dalle bocche minacciose dei mostri come fosse fuoco.

Questa secondo volta le bocche erano vuote e secche, e per questo più minacciose, quasi che da lì potesse uscirci all’improvviso del fuoco vero, o che da un momento all’altro potessero animarsi e parlare, staccarsi dalle fiancate e irrompere sui bateau mouche turistici che tranquillamente navigavano sulla Senna. Forse anche quell’attentato sarebbe stato rivendicato dall’Isis, e i mostri additati come mascotte del sedicente stato islamico o protettori dei musulmani delle banlieue.

Dico ad Andrea che mi piacerebbe un giorno farce un giro sui bateau mouche e anche mangiarci dentro, soprattutto dopo aver scoperto il motivo per cui prendono il nome dalle mosche: le finestre a specchio che circondano le barche richiamano gli occhi tondi e quasi trasparenti che avvolgono la testa degli insetti. Intanto i turisti si sbracciano per salutare chi come noi è rimasto sulla terra ferma.

Ricambiamo il saluto, chissà se vedono il nostro sorriso, chissà se colgono l’intimità di quel momento tra noi. Noi, amici d’infanzia che nel pieno della propria giovinezza si ritrovano sotto la Cattedrale di Notre-Dame a parlare a ruota libera di tutto, dall’ultimo mese trascorso in nord Europa al nuovo futuro da interrogare, a metà strada tra la leggerezza di una vita mobile e senza impegni che ci tengano a lungo da qualche parte, e l’incombente responsabilità di costruire un futuro concreto. Concreto e solido come le navate della Nostra Signora.

Ma in quel momento ci sentiamo più come la Senna, come l’acqua che scorre, come i bateau mouche che si muovono trasportando turisti di passaggio, e godono della brezza del vento estivo, e le case imponenti e le chiese storiche le guardano e ammirano solo da lontano. E anche noi, dopo tutto, preferiamo star così, a ridere, dialogare, a osservare le cose serie dalla giusta distanza mentre ci godiamo un prezioso, leggero, bellissimo, unico e importante momento presente.

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