La linea d'ombra

Long Live Southbank

Arrivata a Londra la sensazione di essere al centro d’Europa provata a Bruxelles è stata rimpiazzata da quella di essere al centro della metropolitana, tra compagni di viaggio che raramente ti guardano in faccia. Impegnati a truccarsi o a fare quello che non sono riusciti a concludere altrove prima di correre verso la loro destinazione, piuttosto che incrociare il tuo sguardo preferiscono leggere l’Evening Standard, il quotidiano locale gratuito più letto sui mezzi di trasporto di Londra. Ma c’è un luogo che mi riconcilia con il resto della città: Southbank, una promenade a ridosso del Tamigi dove il ritmo si fa più lento e anche i tramonti sembrano durare di più.

Lì ho conosciuto degli skaters che si esercitano in un parco molto speciale, e ho scritto la loro storia per The Post Internazionale.

Buona lettura 

Da quando il London Eye è stato inaugurato nel 2000, l’area di Londra a sud del Tamigi è diventata un’attrazione turistica da 270 milioni di euro l’anno.

La costruzione del Millennium Bridge e la conversione di una vecchia centrale elettrica nellaTate Modern hanno fatto moltiplicare le attività commerciali di Southbank, il quartiere che si estende lungo circa 1 chilometro ospitando gallerie, teatri, negozi di souvenir, mercatini, ristoranti e caffè.

Oggi però una comunità di 150mila persone ha in parte arrestato questo processo. Sono gli skaters e gli artisti urbani del Southbank Skatepark, il più antico parco per gli skaters ufficialmente riconosciuto e ancora esistente al mondo. Popolano le piste dello spazio sottostante il Southbank Centre (il centro per le arti più grande di Europa) fin dagli anni Settanta. Indossano felpe e pantaloni larghi, scarpe da ginnastica con suole di gomma che aderiscono bene alla tavola e portano quasi sempre cappelli con la visiera. Sulle loro magliette c’è spesso un logo o una scritta. “Skate and destory, skate or die. Skateboarding is not a crime”. Così come sui loro tatuaggi.

Ma quando a marzo del 2013 è stata annunciata la trasformazione dello skatepark in un’area commerciale di ristoranti e negozi, le scritte sulle loro braccia sono cambiate e le loro magliette hanno iniziato a riportare un nuovo slogan: “Long live Southbank”. È questo il nome della campagna con cui gli skaters si sono opposti a un progetto da 152 milioni di euro.

Ben Stewart ha 21 anni, è uno skater e anche uno dei fotografi ufficiali della campagna. Parla scandendo le parole con tono deciso, e muove tutto il corpo come fosse sullo skate. Quando si è recato per la prima volta allo Skatepark aveva 12 anni. Non c’era uno spazio del genere nel comune a sudest di Londra dove è nato e cresciuto, a Bexley.

Lo skatepark è uno spazio aperto a pochi metri dal Tamigi. Ci sono piste per skateboard e motocross, e una ringhiera dove chi cammina sulla riva si affaccia a guardare. È coperto al di sopra da una delle sale del Southank Centre, motivo per cui negli anni Settanta fu il naturale luogo di nascita dello skateboarding in Gran Bretagna. La pioggia di Londra non era adatta a uno sport importato dalla California, e la copertura offerta dal Southbank Centre era l’ideale per gli skaters.

“È lo skateboarding che mi ha fatto avvicinare alla macchina fotografica”, spiega Ben, che oggi studia fotografia alla University of East London. “Venivo qui ma quando tornavo a casa volevo mostrare ai miei amici lo skatepark e quello che questi ragazzi stavano facendo. Allora ho iniziato a fotografarli”.

Da quando il piano di ristrutturazione è stato annunciato, Ben e i membri del Long Live Southbank hanno posizionato un tavolo di fronte alla ringhiera e hanno cominciato a fermare i passanti per raccontare loro quello che stava per succedere, invitandoli a donare fondi per la campagna e a firmare una petizione che chiedeva al parlamento di Westminster di bloccare il nuovo sviluppo del parco. “You can’t move history”, è un altro dei loro slogan.

Hanno bussato alle porte dei cittadini della Southbank e delle associazioni più importanti della città. Lo scorso settembre hanno prodotto un report di 120 pagine che conteneva foto e ricerche sul valore storico, artistico e culturale dello spazio urbano. Lo hanno distribuito manualmente a più di 150 istituzioni, tra cui il parlamento, l’ufficio del sindaco Boris Johnson, la sede del quotidiano The Guardian e l’ambasciata degli Stati Uniti.

A giugno la parlamentare laburista Kate Holey ha portato a Westimnster una petizione contro il progetto firmata da 40mila persone. Il comune di Lambeth (dove si sviluppa il centro) ha ricevuto più di 27mila “lettere individuali di obiezone” che chiedevano di non finanziare il piano, diventato così il più impopolare della storia. Anche il sindaco si è espresso in favore degli skaters, e ha definito il parco “l’epicentro dello skateboarding in Gran Bretagna e parte della fabbrica culturale di Londra”.

Il 18 settembre scorso, dopo 18 mesi di campagna, gli attivisti hanno annunciato sul loro blog di aver raggiunto un accordo vincolante con il Southbank Centre, che assicura agli skaters la sopravvivenza di quella che da più di 40 anni è la loro casa.

Per Tomak, skater polacco di 27 anni, Long Live Southbank non è stata la vittoria degli skaters contro le autorità, ma di tutti i cittadini di Londra, che hanno salvato uno spazio che appartiene a tutti. “Long Live Southbank non è stata una guerra”, dice.

Ma alcuni l’hanno definita una vittoria vuota. Lo schema di sviluppo del Southbank Centre prevedeva la ristrutturazione di una delle sue sale concerti (la Queen Elizabeth Hall), della sua galleria d’arte, l’Hayward Gallery, e la costruzione di negozi e ristoranti al posto dello skatepark, che si sarebbe dovuto spostare 120 metri più a sud. Le nuove attività commerciali avrebbero creato 700 nuovi posti di lavoro e le entrate generate avrebbero finanziato un terzo del costo totale del progetto.

Secondo Ricky Burdett, direttore del London School of Economics Cities programme, che studia come i cittadini interagiscono con lo spazio urbano a loro disposizione, il fatto che gli skaters si esercitino in un luogo aperto al pubblico fa sì che sia di tutti. “Le attività degli skaters non sono una esercitazione privata che riguarda solo alcuni, ma l’intera comunità. Il fatto che appaia così com’è e che da 40 anni ci passino ogni giorno 1.000 persone circa è esattamente il suo fascino”.

Long Live Southbank è diventato un esempio unico di protesta per la rivendicazione di uno spazio pubblico che non ha conosciuto scontri e violenza.

Birce Bora è una giornalista turca, corrispondente dell’Hurriyet a Londra. Più di un anno fa ha partecipato alle rivolte per la difesa di Gezi Park. “A Istanbul stavano manifestando per una causa simile, anche lì volevano costruire attività commerciali al posto di un parco. Ma quello di Piazza Taksim è stato un movimento totalmente diverso. Lì la polizia ci lanciava i gas lacrimogeni, e noi manifestavamo per il diritto stesso di protestare”, dice. “Qui il sindaco ha mandato una lettera di supporto alla campagna. Avere la possibilità di muoversi e parlare con le autorità come hanno fatto gli skaters di Londra è un sogno per me e per tutti quelli che sono rimasti feriti a piazza Taksim”, conclude.

Ojala que llueva cafè

Quando ascolto Juan Luis Guerra mi ricordo dell’essenza della felicità, provata a Bruxelles un sabato di giugno alla festa di compleanno di Francis, un collega della cooperazione e sviluppo europea.

Francis era spagnolo, cicciottello, e quando parlava sembrava avesse in bocca una polpetta. Poprio come l’eroe dei fumetti belga in una delle sue avventure, “Tintin au Congo”, stava per partire per il Congo. Nessuno gli regalò il celebre fumetto quella sera, ma solo una guida routard. Noi portammo del rum e un tritaghiaccio per fare i mojito e iniziammo a ballare.

Roberto mi insegnava i passi di salsa senza spiegarmeli. Mi diceva soltanto di non guardare in basso e di chiudere gli occhi: “Se ti guardi i piedi ti spezzo le gambe”, sussurrava. Allora iniziai a farmi trasportare. Non dovevo fare niente, ma a musica finita mi sembrava di aver fatto tutto.

Poi nelle pause sul balcone mi raccontava dei chicchi di caffè che si possono coltivare anche all’ombra e degli ortaggi che invece hanno bisogno del sole. Intanto immaginavamo i campi di patate e fragole cantati da Juan Luis Guerra in “Ojala que llueva cafè”. (“Sembra una llanura de batata y fresa”).

Quella canzone, diceva, lo metteva di buon umore. Ma in effetti di buon umore lo era spesso.

Di giorno entrava nel mio ufficio di soppiatto. Faceva finta di non vedermi e di trovarmi all’improvviso dopo aver perlustrato la stanza, seduta davanti allo schermo a compilare inventari che di certo non avrebbero cambiato il futuro del mondo. Frustrati per la scarsa incisività delle nostre mansioni, decidevamo di andare a prendere il caffè del bar passando per le scale di emergenza. Non le percorreva nessuno e scendendole potevamo fare un pò come ci pareva. Gli altri erano chiusi negli ascensori con le gambe atrofizzate dalle 40 ore settimanali al desk, che però con il nuovo “Flexy time” potevano gestirsi ammazzandosi un giorno e uscendo prima il pomeriggio seguente per la partita di calcio settimanale con i colleghi.

Anche Roberto partecipava agli eventi sociali degli ex cooperanti votati al lavoro di ufficio, sebbene la vita in Commissione sembrava stargli stretta come le cravatte a striscie dei funzionari. Di cravatte infatti non gliene ho mai viste, al massimo si metteva delle giacche a coste beige o marroni. Le stirava di mattina prima delle riunioni importanti.

Quelle poche volte che l’ho incontrato in ascensore sembrava un pesce fuor d’acqua. Faceva finta di imitare i miei gesti e la mia postura. Spalle indietro e petto in fuori, immobile e concentrato come se stesse ancora pensando ad affari di lavoro, composto e distante come se non mi conoscesse e non mi si volesse avvicinare prima di uscire.

La libertà fuori dal palazzo di 12 piani e pareti di vetro stile Gotam City si chiamava 18.01 e si godeva a Saint Gilles, il quartiere bobò di Brussels dove Roberto abitava.

La casa affacciava di fronte al Palazzo del Comune, l’Hotel de Ville. Maestoso, imponente, in stile rinascimentale franco-fiammingo, con le facciate arancioni e le statue di bronzo illuminate anche di notte. Le finestre del salotto sempre aperte ci facevano sentire il brusio dei clienti e lo stridere del vetro dei bicchieri della birreria di sotto, il Moeder Lambic, mentre noi stavamo dentro.

Anche la prima volta che ci siamo incontrati parlammo di caffè. Mi invitava a prenderlo nel suo ufficio apparecchiato con apposita macchinetta fai da te. Stava portando avanti una personale crociata contro la Nespresso della cucina del piano, che consumava più acqua e produceva rifiuti di plastica, con tutte le pellicole delle capsule chic usate dai capi fighetti (classico, decaffeinato, alla vaniglia o al cioccolato). Lui aveva barattoloni di polvere sulla scrivania.

Entrammo in ascensore e per un pò restammo immobili, scordandoci di spingere il tasto per salire. Quando se ne accorse e lo fece gli dissi “è così che deve essere”. Mi rispose qualcosa sussurrandola con voce rauca e dopo qualche mese iniziammo a bere caffè.

Italian cricket club

A febbraio di quest’anno ho incontrato Yoahn. Sulle panchine di piazza dell’Immacolata a San Lorenzo, a Roma, mi ha raccontato di lui e della sua passione per il cricket. 

La storia di Yoahn è stata scritta per The Post Internazionale e lì pubblicata il primo Maggio scorso.

Buona lettura. 

Yoahn è nato a Roma 16 anni fa. È alto e slanciato, ha le mani lunghe e affusolate, gli occhi molto scuri. Mentre parla gesticola lentamente. Sorride spesso; le fossette gli scavano il viso.

I suoi genitori hanno lasciato lo Sri Lanka alla fine degli anni Ottanta per emigrare in Italia. Oggi vivono a Torre Angela, un quartiere di Roma. Yoahn è iscritto alla International Christian Academy, dove studia l’inglese e la religione cattolica. Fuori dalla classe parla romano e si sente di Roma. Una volta ogni mese si reca al tempio buddista.

Yoahn è uno degli oltre quattro milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia, secondo l’ultimo rapporto Caritas Migrantes del 2013 (quasi 4,4 milioni per l’esattezza). Una fetta significante della popolazione totale – il 5 per cento – che l’Italia si è però spesso mostrata impreparata ad accogliere.

Secondo l’ultima indagine LaST del Profossore Daniele Marini dell’Università di Padova, 1 italiano su 3 considera gli immigrati ancora un pericolo e una minaccia per il paese, più per paura che per altro. L’Italia è tra i paesi meno progressisti o sviluppatisi in questo senso, pur essendo strategicamente posizionata nel Mediterraneo ed essendo stata capace in passato di offrire un impiego a chi altrove non aveva sbocchi di lavoro.

Sulla base di queste premesse, non sorprende che un piccolo sport di nicchia, perlopiù ancora sconosciuto in Italia ma non nel resto del mondo, stia gradualmente offrendo una possibilità concreta di integrazione a quegli immigrati che, come Yoahn, per richiedere la cittadinanza in Italia devono aspettare i 18 anni di età.

Al contrario, i giocatori di cricket nati in Italia da genitori stranieri possono rappresentare la nazionale italiana anche se non hanno la cittadinanza o se vi risiedono da almeno 7 anni (o da 4 se vogliono giocare nella formazione giovanile). I figli degli immigrati che sono nati in Italia, almeno sul campo da cricket, vengono considerati italiani molto prima della legge italiana.

È così dal 2003, quando la Federazione italiana di cricket è stato il primo organismo sportivo a riconoscere parità di diritti ai suoi atleti in base alla nascita, anticipando ciò che dovrebbe avvenire in politica e catapultando il dibattito sull’immigrazione in Italia fuori dal campo, ai vertici dell’agenda politica.

Il processo messo in moto in Italia dal secondo sport più praticato al mondo potrebbe definirsi di “auto-integrazione culturale”; questo non sta solamente facilitando l’assimilazione degli stranieri all’interno della società italiana, tanto formalmente quanto nella vita di tutti i giorni, ma sta anche superando i limiti della burocrazia.

D’altra parte, quelle del cricket sono le regole di uno sport nato in un paese, la Gran Bretagna, dove in epoca imperiale l’appartenenza alla nazione non dipendeva, come oggi in Italia, dai legami di sangue ma da dove si nasceva e si viveva. Dallo ius soli, insomma.

Oggi la nazionale italiana è composta da giocatori italiani, ma anche da oriundi australiani e sud africani, oltre a srilankesi, e pachistani naturalizzati italiani. Proprio come avvenne con il rugby circa 25 anni fa, oriundi e immigrati rappresentano l’Italia del cricket, ne cantano l’inno e competono nei tornei internazionali. La scorsa estate la Nazionale ha vinto i campionati europei, mostrando il successo di un esperimento sociale in cui italiani e immigrati di diverse nazionalità “abitano insieme dando per scontato che lo si possa fare a prescindere da cultura, etnia e religione”, racconta Simone Gambino, presidente della Federazione Cricket Italiana.

Secondo Gambino, oggi il cricket è il simbolo più forte della lotta per l’adeguamento della legge sulla cittadinanza in Italia, partendo da un ampliamento dello ius soli. “Ma questa – aggiunge – è una cosa bellissima per il cricket e allo stesso tempo tristissima per l’Italia, che ha bisogno di uno sport ancora di nicchia per progredire e adattarsi ai cambiamenti del mondo globale. Negli altri paesi dell’Unione Europea, come Francia, Germania e Regno Unito, le leggi sulla cittadinanza sono più evolute, con una interpretazione più ampia dello ius soli, e tempi molto più ristretti per ottenere la cittadinanza, una volta istradata la pratica, rispetto a quelli della burocrazia italiana.”

Yohan il cricket lo conosce da sempre, da quando cioè i suoi genitori gliene hanno parlato e lo hanno fatto crescere a suon di mazze da legno e wicket. A Roma, quando all’età di 10 anni ha iniziato a giocare al Capannelle, si è sentito subito a casa. Qui ha incontrato suoi coetanei che come lui avevano iniziato a praticare lo sport per tradizione familiare e perché nei rispettivi paesi d’origine il cricket è lo sport nazionale, “proprio come il calcio in Italia”, racconta Yohan.

Sul campo da cricket Yohan ha imparato l’importanza del rispetto per il prossimo, a prescindere dal colore della maglia, della pelle o della razza. “Se un battitore si fa eliminare per fair play, quando esce dal campo lo si applaudisce e gli si stringe la mano. Dopo la partita le squadre, che in campo sono avversarie, fanno il terzo tempo e mangiano e bevono insieme”.

Kelum Perera è il tecnico della nazionale italiana giovanile nonché membro del Consiglio Nazionale del Coni. Il cricket, racconta, “non è solo uno sport, ma uno spirito e uno stile di vita. Fondato sul fair play, sulla tolleranza, sul rispetto, e su regole ben precise”.

Quelle tramandate più di un secolo fa dal Regno di Sua Maestà alle colonie britanniche nel mondo. Le popolazioni sottomesse usavano le mazze come simbolo di riscatto verso gli inglesi: avere la possibilità di battersi contro la squadra dei colonizzatori, e vincerla, rendeva per un attimo tutti uguali.

Succedeva così nel 1877, quando durante lo storico incontro degli Ashes, per la prima volta la potenza inglese veniva sconfitta sul campo da una delle sue colonie, l’Australia.

Succede allo stesso modo anche oggi quando le squadre che a fine partita mangiano insieme sono composte da singalesi e tamil, due gruppi etnici che in Sri Lanka hanno combattuto una sanguinosa guerra civile fino al 2009.

Oggi, tra i campionati della federazione, altri tornei e chi lo gioca nei parchi, sono circa 20,000 i giocatori di cricket in Italia. Ma la composizione talvolta mono-etnica delle squadre del campionato (soprattutto in Serie C, dove non c’è limite del numero di stranieri in campo) e l’introduzione stessa della cittadinanza sportiva – che permette di far giocare in nazionale molti più atleti stranieri che italiani, i quali giocano a cricket in percentuale minore e spesso sono anche “meno forti” – secondo alcuni ha limitato le possibilità di integrazione tra autoctoni e immigrati, con o senza passaporto. Questi ultimi giocano a cricket mentre gli italiani continuano a preferire il calcio.

Il cricket è forse “il gioco dei nuovi italiani”? Così lo definiscono Giacomo Fasola, Ilario Lombardo e Francesco Moscatelli nel loro libro “Italian cricket club, il gioco dei nuovi italiani”, un viaggio per l’Italia multietnica dai cortili di Palermo ai parchi di Brescia, in cui gli immigrati del sud est asiatico sono impiegati nei settori più redditizi dell’economia italiana.

I bengalesi di Venezia lavorano nei cantieri navali come fossero a Chittagong, in Bangladesh, dove la demolizione di navi è uno dei motori principali dell’economia, e dove hanno imparato a usare gli idranti prima di emigrare negli altri cantieri del mondo globalizzato. Nei fine settimana passano il loro tempo libero a giocare a cricket con il Venezia, che ha fatto conoscere la comunità bengalese al resto degli abitanti attraverso la cronaca sportiva locale.

Ma i nuovi italiani sono anche i sikh di Reggio Emilia. Festeggiano il Vaisakhi (la festa più importante per la loro comunità religiosa) per le strade della città e di sera giocano a cricket nei parchi comunali. Durante la settimana allevano le mucche per fare il parmigiano Reggiano con la cura di chi le considera sacre, contribuendo allo sviluppo di uno dei settori più importanti per l’economia dell’Emilia, quello agroalimentare.

Per Ilario Lombardo questo dimostra come gli immigrati siano una risorsa per l’Italia, che però è ancora troppo chiusa, inesperta e provinciale per accorgersene.

“Sfiorata dal fenomeno dell’immigrazione senza esserne investita e impreparata a livello culturale, l’Italia non è abbastanza matura nemmeno per dirsi razzista, ma è se mai incapace di riconoscere il valore degli immigrati”, dice Lombardo.

A beneficiare degli stranieri, invece, è uno sport, il cricket, che oggi più che mai diventa metafora dell’Italia del futuro e del dibattito sul diritto alla cittadinanza, in cui italiano è chi cresce nella cultura del paese e contribuisce al suo sviluppo. A prescindere dall’etnia o dalla razza.

Va’ dove ti porta il cuore

Il 7 novembre scorso era il mio 25esimo compleanno. Non avevo troppo da fare, e in attesa dei festeggiamenti serali passeggiavo per la Garbatella, come succedeva spesso ultimamente.

Una delle mie tappe preferite erano “I Golosoni”, un bar un pò pacchiano con il nome e la fantasia dell’insegna che richiamava quella dei Cesaroni. Vendeva dolci e torte fatte in casa che riflettevano le più profonde fantasie di gola di quando ero bambina: strati di gocciole e pan di stelle farciti di gelato o altri ripieni, esposti in vetrina con il rigore di una millefoglie o di una sacher torte. Non ho avuto mai il coraggio di comprarle, mi limitavo a guardarle mentre mangiavo coppette di gelato alla nocciola.

Quel giorno frugavo tra i libri del mercatino di via Benzoni, sotto al ponte in stile Calatrava che porta su viale Ostiense. Le travi bianche e curve attraversavano la valle di case abbandonate adiacente ai binari della metropolitana e si incrociavano all’orizzonte con il cilindro di ferro del gazometro, o con le grù dei palazzi in costruzione. Mi imbattei in un libro che credevo di aver già letto, o che comunque mi era familiare: “Va’ dove ti porta il cuore”, di Susanna Tamaro, una lunga lettera di amore e di addio scritta da una nonna malata alla nipote lontana. Il passo che lessi raccontava di un tradimento, di un amore vissuto per pochi giorni che cresceva con la distanza e si nutriva del ricordo.

In questi mesi ho camminato per la Garbatella altre volte, sono tornata ai Golosoni, ho attraversato il ponte Calatrava e visitato il mercatino, ma  non ho mai ritrovato il libro, e la storia d’amore fugace era rimasta sospesa come la torta alle gocciole lasciata in vetrina.

Ieri passeggiavo per Brussels nei pressi di Les Marolles, quartiere famoso per il suo passato popolare, dove operai e contadini vivevano ammassati a ridosso del centro. Oggi vi si accede attraverso un ascensore panoramico, si vendono vestiti vintage al kilo e mobili semi distrutti, costosi e retrò. Senza meta nè cartina mi sono ritrovata su una lunga via che si chiamava Stalingrad e sbucava su Piazza Rosa Luxemburg. In un grande negozio di libri usati e tra gli scaffali di legno c’era lui: Susanna Tamaro, “Va’ dove ti porta il cuore”. L’ho comprato a 2 euro e 50 e sono andata a leggerlo in una sala da thè.

Heroes

A differenza di quella dell’ultimo post, la mia ultima ossessione è una canzone.

L’ho riscoperta da poco, quando a Bari Ernesto Assante e Gino Castaldo davano una “Lezione di Rock” su David Bowie. E’ stata scritta a Berlino, alla fine degli anni ’70, nel tempo e nel luogo in cui le storie del mondo si davono appuntamento, e la musica cresceva rigogliosa a ridosso di un muro.

La scena rock si nutriva del passaggio di artisti inglesi, che lì emigravano quando Londra iniziava a essere occupata dalle avanguardie progressive, come quella dei Pink Floyd.

E’ a Berlino che David Bowie, di ritorno dagli Stati Uniti, incontra Brian Eno e Iggy Pop, con cui condivide un appartamento a Schoneberg, a ovest della città. Gli studi dove registravano i loro pezzi, gli Hansa studio, affacciavano su un tratto del muro, da cui probabilmente Bowie e Eno trovarono ispirazione per comporre Heroes.

Immaginano due amanti stare al fianco del muro, con i fucili che sparano sulle loro teste, baciarsi come se niente fosse.

I can remember

standing by the wall

and the guns shot above our heads

and we kiss

as though nothing could fall.

Piuttosto che di un amore romantico, Heroes parla di una rivoluzione. Che, diversamente da quelle del tempo, non avveniva da un lato o dall’altro del muro, ma sotto di esso.

Era il ’77, in Occidente i movimenti di protesta si stavano adattando a eventi e scenari diversi da quelli che li avevano animati fino ad allora. Negli Stati Uniti la cultura Hippie stava tramontando insieme alla fine della Guerra in Vietnam, in Italia i moti studenteschi erano implosi sotto i colpi degli attentati e delle stragi di Piazza.

A Est, la Rivoluzione Culturale Cinese si rivelava per quello che era stata: un tentativo imposto di reprimere il cambiamento. E si concludeva insieme alla morte di Mao.

A Berlino, al centro del mondo diviso, Heroes parlava di una sfida a quel mondo che invece poteva essere vinta per sempre, rendendo i suoi autori eroi, ma solo per un giorno.

Oh we can beat them, for ever and ever

Then we can be heroes, just for one day

Di un amore eterno e insieme fugace, ma non occasionale, né effimero. Di un’eternità che in quella fugacità si compiva, e che esisteva anche se, o forse proprio perchè, circoscritta.

West-side Story

Durante le giornate di elezione del Presidente della Repubblica italiano, ho riflettuto sul tema delle illusioni collettive.

Il partito di centro sinistra si accordava su un candidato da eleggere, ma molti dei suoi membri, nell’urna segreta, votavano diversamente.

Motivi e moventi del misfatto non sono chiari, ma ho pensato a tutte quelle situazioni in cui il supporto per un comportamento diffuso in un gruppo non è altro che un’illusione: la norma sociale non piace a nessuno, ma tutti vi si conformano. E non dispongono di un’urna segreta per agire in modo contrario.

Accade spesso in gruppi caratterizzati da norme ben definite, necessarie da seguire per farvi parte: ogni membro, credendo che l’atteggiamento favorevole di tutti corrisponda a una reale preferenza, aderisce alla norma, e fa a sua volta dedurre agli altri che essa che sia accettata e gradita, anche quando non lo è.

Poichè tutti si comportano come se condividessero quanto imposto dalla norma, il suo supporto diventa effettivo. Ma la pressione sociale è frutto di un’illusione collettiva, percepita come reale perchè immaginata da tutti.

Un tale meccanismo può far si che pratiche violente o ingiuste sopravvivano nel tempo, come, secondo alcuni, è avvenuto spesso negli Stati Uniti intorno agli anni 50.

La violenza delle gangs giovanili (romanticizzata nei musicals di Broadway o in un pezzo di Santana) e la discriminazione nei confronti dei neri, erano tra i fenomeni sociali che caratterizzavano metropoli e periferie americane. Tanto da essere ancora oggi oggetto di studio.

Secondo un’analisi pubblicata nel 1964 dal sociologo e criminologo David Matza gli atti vandalistici erano spesso sgraditi a chi li compiva.

Inoltre, una serie di interviste a una gang attiva a East Harlem negli anni ’50, condotte dallo scrittore canadese David Pelt (newyorkcitygangs.com), mostra come la maggior parte dei membri non condivideva il livello di violenza imposto, ma lo dichiarava solo se interrogato in segreto.

Allo stesso modo, secondo un sondaggio condotto nel 1972, solo il 15% degli americani bianchi favoriva la segregazione razziale, eppure il 72% credeva che la maggioranza dei bianchi residenti nella propria area la supportasse. Il razzismo era la norma.

Le cause di ogni fenomeno sono molteplici, ma ciò che accomuna la gang e l’area residenziale è la mancanza di comunicazione tra i loro membri, e il timore di essere esclusi dal gruppo.

Il comportamento diffuso, poichè adottato pubblicamente, veniva percepito come naturale e inesorabile. Per paura di essere emarginato, nessuno osava contestarlo e parlare.

Qualcosa di simile avviene oggi in alcune zone del Mondo in cui vi sono regole ben definite e in genere imposte dalla tradizione e dal culto religioso, e la comunicazione su di esse è pressoché vietata.

Nelle comunità tribali dell’Africa sub-Sahariana, per esempio, cucire i genitali delle figlie appena nate è la norma per le madri. Molte di loro possono non condividere quanto imposto dalla pratica, eppure il fatto che tutte, da sempre, la adottino, previene ogni tentativo di ribellione.

A meno che una fonte esterna non stimoli il dialogo pubblico e non sveli la natura dell’adesione alla norma: non solo un codice morale o religioso, ma un comune errore cognitivo.

Come nella celebre favola de ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’, un Re nudo viene trasportato per le strade su di un carro imperiale, pubblicamente acclamato dai suoi sudditi. Tutti mostrano di apprezzarne le vesti, pur non vedendole. Ognuno crede di non vederle perchè incapace, e inferiore agli altri: come si può pensare che non esistano, se tutti quanti le ammirano a gran voce?

Per non svelare tale presunta inferiorità, ognuno si conforma al diffuso entusiasmo per gli abiti, finendo per renderli reali: mai vesti imperiali furono più osannate.

Finchè un bambino non si decise a urlare: “L’imperatore è nudo!”.

Au vent mauvais

Glances of invisible cities

TIME

Current & Breaking News | National & World Updates

memoriediunavagina

m'hanno detto che essere donna è bello, ma nella prossima vita preferirei rinascere maschio, magro e superdotato

Carusomics

Uno che si prende (poco) sul serio

World

International Headlines, Stories, Photos and Video

International law

Law, international and comparative perspectives

purpleclassics

Just another WordPress.com site

librisenzatazzedithè

Just another WordPress.com site