India

Promesse e compromessi

Nei primi giorni di marzo mi trovo ad Agra. Per le strade c’è qualcosa di diverso. Di solito sono popolate da uomini, animali e qualsiasi essere vivente, tutti insieme liberi e scalzi, espletando spesso i propri bisogni più intimi. In quei giorni, il caos sembrava ripulito da alcune delle sue specie e assumeva un’aria quasi solenne. Si votava. L’Uttar Pradesh, stato più popoloso dell’India, di cui Agra è una delle maggiori città, eleggeva i suoi rappresentanti alla Camera Bassa dei parlamenti regionali.

Dai risciò e dai finestrini delle macchine tutti mostravano con entusiasmo le proprie mani, più nere del nero della pelle. L’inchiostro sull’indice, indelebile per una settimana, dimostra che si è votato e impedisce che lo si faccia una seconda volta. Ma nessuno sapeva dire molto sulla propria preferenza. Se qualcuno aveva scelto il partito della famiglia di Gandhi, quello del Congresso, indicava la faccia del Mahatma su qualsiasi banconota, come se per questa familiarità avesse fatto per certo qualcosa di buono.

Qualsiasi negoziante era fiero di dire che si stesse votando, ma mostrava di conoscere gli dei rappresentati sulle stoffe e i souvenir che vendeva molto meglio dei candidati politici. C’erano più probabilità che fossero i primi a migliorare le sue condizioni di vita, pregandoli e adorandoli, che non i secondi, votandoli.

Sembravano infatti essere le leggi e i valori della comunità e del culto religioso a regolare la vita dei cittadini, a dar loro senso, appartenenza, e anche speranza. I giorni elettorali erano l’interruzione laica di una quotidianità fatta di norme e usanze orizzontali, in cui è forse depositato il vero potere del popolo. In questo senso allora l’India è una grande democrazia. Rimasta impermeabile non solo alla legge ufficiale, ma anche all’ufficialità della legge. Nelle reti che organizzano la società non c’è niente di così formale e rigido che non possa adattarsi alle esigenze contingenti.

Dopo Agra sono giunta a Pushkar, una cittadina del Rajasthan, a ovest dell’Uttar Pradesh. Date le piccole dimensioni, era facile osservare il modo in cui era organizzata la comunità. Quando mi recavo negli uffici, le scrivanie, i computer, e tutto ciò che voleva dare un tono serio all’esercizio, sembrava essere fatto di cartapesta.

Se si entrava nella stazione degli autobus per prenotare un bigliettosi usciva con un posto riservato in un hotel a 1.000 chilometri di distanza; se si voleva comprare la scheda di un telefono si consumava una tazza di tè con l’esercente che consigliava nel frattempo di viaggiare in treno piuttosto che in pullman. Lui poteva cambiare biglietti e prenotarne di nuovi, da quella postazione, con una telefonata.

Con qualche rupia potevo ottenere ciò che volevo. Ma anche ciò che non volevo, né che mi aspettavo. Ero dentro una rete fittisima di relazioni tra autoctoni, stranieri, dei e animali, in cui circolavano, con più o meno efficienza, beni e servizi. Coprendo i buchi di uno Stato e un mercato spesso ancora oggi estranei ai più.

Quando visitavo monumenti di fama nazionale notavo come gli indiani fossero lì non solo per esplorare la propria terra, ma anche la mia. Raramente hanno la possibilità di uscire dal subcontinente, e quando incontrano uno straniero trovano in lui la possibilità di vedere ciò che c’è fuori, di viaggiare.

Vogliono parlarti. Mostrano di conoscere il Paese a cui appartieni elencando i nomi di quelli vicini. “L’Italia? La conosco: Italia, Francia, Olanda, Giappone, Canada”. Come se tutto ciò che non è India faccia parte dello stesso posto, e la posizione geografica non abbia senso.

Vogliono scattarsi una foto con te: indicano la macchinetta che nascondevano tra le mani, la porgono al proprio amico affinchè fotografi, timidamente si avvicinano, quasi mai ti abbracciano, sorridono, sorridi e click. Quei luoghi lontani e inarrivabili fisicamente, diventano così raggiungibili, in un momento, con uno scatto. Tornati a casa, mostreranno ai parenti di esservi stati.

La terra delle promesse diventa così la terra del compromesso, in cui tutti gli abitanti si sentono in diritto di approfittare e ricavare qualcosa dal semplice fatto che si stia occupando il loro suolo. Sembra che ognuno di loro, inconsapevolmente, porti dentro di sé la coscienza collettiva di un popolo già sfruttato abbastanza. Per continuare a viaggiare, bisogna pagare pegno.

The Post Internazionale, 29/04/2013

Love it or leave it

Descrivere l’India non è facile. Che si tratti di un viaggio lungo tutto il sub continente, o di una breve permanenza ai confini di uno dei suoi stati, ogni realtà presenta mille diverse sfaccettature, variegate come le sfumature dei colori, rumorose come le strade della capitale, stridenti come i versi delle mucche che ti camminano accanto.

Descrivere uno stile di vita al suo interno è altrettanto complesso.

Proverò dunque a descrivere l’evoluzione e i sussulti d’animo di una straniera ivi giunta per caso e fortuna.

Per amare l’India è necessario tempo, pazienza, e tanta fiducia.

Tempo per abituarsi ai cibi e agli odori speziati che avvolgono tutti i sensi.

La puzza di escrementi di mucca e l’odore di spezie nauseano l‘olfatto. I colori confondono la vista, lucenti sugli abiti delle donne, pastello sulle case, sparsi sulla bancarella di un bazar, maestosi nella natura che irrompe selvaggia anche nel mezzo della metropoli, Delhi. Il curry disgusta il palato, schifato dal retrogusto piccante del coriandolo e del tamarindo che non permettono di distinguere i sapori delle pietanze. I rumori di clacson incessanti e assordanti uniti a versi di animali e catarro di uomini stordiscono l’udito. 

Ci vuole tempo per abituarsi alla vita misera e povera che si materializza davanti agli occhi desiderosi di bellezza, templi e monumenti. Questi ultimi passano in secondo piano se un bambino sporco si attacca costantemente addosso per chiedere cibo e denaro.

Dietro la maggior parte delle foto di turista tra bambini si nasconde sempre un patto, un baratto, uno scambio equo: il primo porta a casa l’immagine di sé tra le piccole generazioni del terzo mondo, i secondi portano a casa il pranzo del giorno.

Ci si confronta con un popolo che si approccia allo straniero in modo ambivalente: da un lato cerca di sfruttarlo, dall’altro sembra accettare da lui sempre tutto, anche quando non vuole. Con un lento e flemmatico inclinamento di capo da destra verso sinistra, dice di “si”. Debole e malinconico autorizza qualsiasi richiesta. Ma più che convinta affermazione, sembra esprimere rassegnata accettazione.

Come se non ci fossero mai problemi, e tutto fosse concesso, tutto possibile.

E infondo viene da pensarlo quando uomini si arrampicano su soffitti e maniglie di autobus come fossero scimmie; quanto scimmie allungano il braccio per accettare la banana che le stai offrendo, come fossero uomini.

Ciò che accomuna le due specie, è la disinvoltura con cui buttano qualsiasi scarto alimentare per terra, su quel tappeto artificiale che drammaticamente contamina la natura.

Eppure, dopo un pò, la tentazione di liberarsi di bottiglie e involucri con un semplice gesto, sfruttando lo spazio del suolo su cui si sta camminando, inizia a impadronirsi del turista. Che la assecondi o no, sarà comunque un primo segnale di adattamento.

Se ha lasciato passare un pò di tempo senza arrendersi alla diversità, se è stato paziente di fronte all’apparente inciviltà, se ha sopportato la confusione e il frastuono fiducioso che qualcosa sarebbe cambiato, qualcosa effettivamente cambia.

L’olfatto inizia a essere nutrito da quelle stesse puzze, e a sentire il profumo dei fiori. La vista è appagata dai colori. Il gusto, ormai educato, riesce ad assaporare il thè nello zenzero, le lenticchie nel peperoncino e il formaggio nel tamarindo. I rumori diventano musica per l’udito e si uniscono ai ritmi orientali di flauti e percussioni.

Persino il bambino cambia posizione. Se lo straniero ha superato paure infettive ed emotive, se ognuno sostituisce alla necessità la curiosità, e al posto di soldi e fotografie si scambiano sguardi e gesti, l’abbraccio diventa sincero e rimane dentro le braccia ancor prima che in una foto.

A quel punto, però, il bambino non se ne vorrà più andare.

Questo può appagare il cuore, o spaventarlo. Il turista deve decidere se andare avanti per la prossima meta iniziando tutto da capo, o restare.

Se resterà, la sua evoluzione si sarà compiuta.

Zai-net, 10/2012