La linea d'ombra

Category: Development

Lezioni africane per un domani migliore

Oggi mi sono messa a pensare ad auspici e buoni propositi per il 2018 appena iniziato, e per farlo ho deciso di attingere alle mie esperienze in Senegal e in Kenya (i Paesi a cui mi riferisco quando di seguito parlo di Africa), che mi hanno insegnato nuove usanze, lingue e culture, ma soprattutto mostrato modi sconosciuti di stare al mondo.

La prima lezione che ho imparato in Africa è quella della pratica della pazienza. 

In bambara (lingua del Mali) si dice sabali, e la cantano Amadou & Mariam in una loro celebre canzone. In wolof, lingua nazionale del Senegal, invece si dice mougne. Ma i Senegalesi – per il 92% musulmani – non usano il termine così spesso, perché per loro il riferimento verbale a questa attitudine è quasi sempre la volontà di Allah. Inchallah (se Dio vuole), mashallah (come Dio ha voluto), allahmdoulillah (Grazie a Dio!).

La volontà di Allah è ciò che conta più di tutto e da cui tutto dipende, e questa convinzione aiuta a superare la morte, la malattia, la povertà, e ad avere pazienza quando non si ottiene qualcosa, perché si va avanti consapevoli che era quello che Dio voleva e che almeno il suo progetto si è compiuto (mashallah).

Così che questa pazienza equivale quasi alla rassegnazione, che assolve il soggetto dall’impegnarsi per il raggiungimento di uno scopo, in un contesto dove può capitare spesso di doversi scontrare con ostacoli sociali, economici, politici e culturali alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Quando invece ero stata in Kenya nel 2015, avevo sperimentato un altro concetto di pazienza, quella dei contadini, che la usavano mentre attendevano che un acquazzone finisse o che al contrario piovesse per nutrire il raccolto, affidandosi a Dio e al normale ciclo delle stagioni. La loro non era rassegnazione, ma placida attesa. La pazienza di chi sa che per quanto può sforzarsi ci sono eventi di fronte ai quali non può far molto. Ma non dispera, perché niente è così fondamentale da non potersi arrestare per cause di forza maggiore, e attende che la situazione cambi senza essere troppo attaccato al proprio progetto di vita.

Per me bisognerebbe fare esperienza della pazienza in questo modo, senza abbandonare i nostri piani al primo ostacolo, ma conservando una forza cauta e l’umiltà di dirsi che possono anche aspettare, perché del resto non siamo così importanti.

La seconda lezione riguarda il concetto di famiglia. Quando un senegalese non riesce a realizzare un progetto si consola attraverso la fede, ma soprattutto grazie alla presenza di ciò che di più prezioso ha, la sua famiglia, grande e numerosa e di cui fanno parte decine di altri cugini e parenti.

Come avevo scritto tempo fa, in Senegal tutti gli amici sono cugini e tutti i cugini sono fratelli. I figli di amici e fratelli sono nipoti, gli amici e i fratelli di genitori e zii sono zii. Ci sono orfani, ma non figli unici. La famiglia senegalese non comprende soltanto parenti di sangue, ma potenzialmente qualsiasi prossimo, incluso il nuovo arrivato con cui si scambiano un paio di pasti e che alla terza o quarta volta fa già parte della famiglia.

Entrare “en famille” comporta il rispetto delle norme che si seguono tra parenti: trascorrere insieme i giorni di festa, ma soprattutto sentirsi spesso con brevi messaggi o chiamate per sincerarsi che tutto vada bene. E se in Europa può passare anche qualche giorno senza sentire figli o genitori quando si vive lontani, in Senegal il contatto è molto più costante, quasi giornaliero, anche con i ‘parenti’ acquisiti casualmente.

A volte i più anziani hanno un comportamento familiare ed educativo anche con i giovani che non conoscono e che semplicemente trovano per strada, perché alla fine si è tutti in famiglia. Io stessa mi sono ritrovata a ricevere degli ammonimenti da sconosciuti, e non solo perché straniera.

Se osavo chiedere l’ora o una direzione a qualcuno senza prima domandargli come stesse e come andasse la giornata, venivo sgridata: “Beh e non si saluta? Non mi chiedi come sto?”, con il tono confidenziale di un nonno che da al nipote una lezione di vita. Il suo richiamarmi all’ordine mi diceva che i miei desideri non erano così importanti, o non più importanti dei valori che uniscono tutti sotto lo stesso tetto come in una unica famiglia.

Ho visto bambini essere sgridati da passanti che si comportavano come fossero loro genitori per non aver rispettato gli anziani per strada, e ne ho visti altri bussare alla porta di casa per giocare, pretendendo acqua, cibo e tempo come fossi una loro mamma, solo perché li avevo regalato qualche sorriso un paio di volte nei giorni precedenti.

E così non ci sono limiti o confini troppo netti tra persone e famiglie, e nessuna famiglia è così definita da non poter essere allargata, in un Paese dove la maggior parte della popolazione pratica ancora la poligamia e in cui tre religioni e 10 etnie diverse convivono pacificamente.

Ho pensato spesso a questo concetto di famiglia durante le vacanze natalizie, che sono una delle occasioni più importanti per celebrarne il senso, realizzando che purtroppo molto spesso nei nostri continenti l’importanza è data alla famiglia a cui si appartiene e non a quello che rappresenta in generale.

La famiglia è chiusa tra sacri confini, che a Natale sono ancora più netti perché definiti dalle luci e dai colori con cui delimitiamo i balconi e le porte, quelle dietro le quali ci chiudiamo per minimo cinque giorni impegnati a celebrare il nostro progetto di vita o a struggerci perché incompleto, mangiando.

Per quanto sia giusto e naturale curare se stessi e i propri cari, credo che bisognerebbe aprire le proprie famiglie, romperne i confini e praticare la solidarietà e l’accoglienza per supportare non solo i nostri simili, ma chiunque, come fosse membro della nostra famiglia. Uscire dalle nostre case, quartieri, gruppi e giardinetti per ripensare le strade in cui viviamo.

Perché, come insegnano i contadini in Kenya, i nostri progetti di vita non sono poi così importanti da non poter essere interrotti da un imprevisto, e non dovremmo esserci troppo attaccati, ma pronti a rinunciarci in ogni momento per fare spazio a chi non ce l’ha, l’ha perso, ha bisogno di nuove regole o vuole semplicemente bussare alla porta.

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Teranga

E’ la prima volta che scrivo da quando sono a Dakar. 

Sono avvolta dall’armonia dei muezzin e di altri canti religiosi, tra case basse e qualche costruzione più alta che avanza in cemento e argilla.

Mi sono da poco trasferita in una casa circondata da un unico lungo balcone, dove la vista a perdita d’occhio sulla distesa di case e alberi ci consola dalla bassa pressione e le docce con secchielli e bacinelle. Non mi sento mai troppo pulita, non c’è un divano o una tv, nella mia stanza non smetto di guardare l’orizzonte e i cinque lunghi minareti di una maestosa moschea in costruzione che spezzano il cielo per il resto indisturbato. Non ho internet e guardo quello che c’è sul computer: video di capoeira passati da una fiamma locale spentasi lentamente, film lasciati da una compagna di viaggio partita troppo presto. Le cose arrivano e finiscono per cause naturali o di forza maggiore.

Quello a cui ci si attacca parte, svanisce, si affievolisce, finisce. Qualcosa torna all’improvviso e quando meno te l’aspetti, è la fiamma che arde lenta e che ogni tanto riprende fiato e vigore grazie a una piccola scintilla. E poi di nuovo.

Sono nell’Africa in versione metropolitana, dove i luoghi sono non luoghi e non hanno troppa storia, non perché questa non esista, ma perché in posti diversi, nelle persone e nelle loro usanze, nei loro stili di vita, credenze, lingue e tradizioni.

Gli stili coesistono e convivono in un misto di progresso e arretratezza, fede profonda e emancipazione da Dio, spiritualità e concretezza, semplicità e fame di soldi. I ragazzini di Dakar sfrecciano sulle moto con bomberini a vento anche quando ci sono 20 gradi, i bambini chiedono l’elemosina con serietà, rigore e sfrontatezza. I montoni circondano gli isolati belando e le signore sono eleganti e giovani anche a 80 anni, portano colori vivaci e abiti di stoffa fosforescente che mettono in risalto i denti e le iridi bianche. Anche quando si ritrovano a dover portare grossi pesi sulla testa, lo fanno con eleganza, come se la bombola del gas da cambiare o la pila di materassi piazzati sul capo fossero solo degli accessori utili a farle sfilare meglio. I fisici sono temprati dall’abitudine e dalla pratica. Fin da piccole si sono cimentate a pulire le scale o i pavimenti con tutto il corpo, hanno imparato a piegare la schiena il più possibile per raggiungere il suolo senza flettere le ginocchia, e a sopportare i pesi rafforzando le spalle. 

Intanto gli uomini praticano sport sulla corniche, il lungomare della città.

Una distesa di attrezzi popola la costa, una palestra a cielo aperto dove giovani atleti o aspiranti calciatori corrono e si allenano a quasi tutte le ore del giorno, ma soprattutto di sera, all’imbrunire, mentre la palla di fuoco sparisce in due minuti dietro l’acqua e lascia una scia rosa aleggiare sul mare. I corridori sembrano dei soldatini che si muovono in fila indiana avanti e indietro al fianco delle onde dell’Oceano. Alcuni si spingono fino alla spiaggia e passano ore a fare esercizi, e a camminare sulle ginocchia insabbiate assumendo pose ridicole e strane. Hanno fisici scolpiti, pelle soda e muscoli ben definiti in ogni parte del corpo.

Le geep bianche li sfrecciano accanto non curanti, sono il simbolo delle missioni umanitarie, della agenzie di sviluppo che manovrano milioni di euro per portare loro un po’ di  benessere. Una missione importante, che forse per questo non li lascia il tempo di soffermarsi a guardare.

Osservo questa immensa diversità e convivenza di tempi, stili di vita e culture e mi dico che è proprio vero, il Senegal è il paese della teranga (accoglienza), perché a Dakar c’è posto per tutti.

Il futuro del voto è nero

East Ham è uno dei quartieri più multiculturali del Regno Unito, dove è difficile trovare residenti di pelle bianca. Come quelli di molte altre zone dell’est di Londra, gli abitanti di East Ham sono arrivati dall’Africa o da uno dei Paesi del Commonwealth almeno 10 anni fa e ora riempiono le strade, gestiscono gli shops off-licence o le cucine dei ristoranti, puliscono le case della classe media e i negozi. Ma spesso sono oggetto di una retorica che li accusa di abusare dei benefici riservati agli inglesi o prenderne i posti di lavoro senza averne diritto.

La campagna elettorale del Regno Unito si è giocata a colpi di programmi anti-immigrazione, ma che effetto ha avuto questo sugli immigrati stessi? Ecco il mio reportage di una giornata a East Ham.

Buona lettura.

Quasi 4 milioni di cittadini inglesi di origine straniera aveva diritto al voto alle elezioni dello scorso 7 maggio. Lo dichiara uno studio del Migrants Right Network, una Ong londinese che lavora per i diritti dei migranti.

Sono arrivati in Inghilterra almeno 10 anni fa perlopiù dai Paesi del Commonwealth: il rapporto stima che quasi 800,000 di loro venga dall’India, 500,000 dal Pakistan e 235,000 dal Bangladesh.

In seguito alla residenza hanno ottenuto anche il diritto di votare, e in almeno 20 constituencies di Londra è proprio il loro voto a decidere la vittoria del candidato in Parlamento.

Molte di queste sono infatti composte da immigrati, e tradizionalmente il voto degli immigrati va ai Labour.

Nel 2010 il 68 per cento dei cittadini inglesi nati in un altro Paese ha votato per questo partito, e il trend sembra essere stato in buona parte riconfermato.

“Molti inglesi Musulmani quando vanno a votare sono influenzati dalla memoria del passato”, spiega Mohammed Amin, leader del Conservative Muslim Forum, un gruppo politico appartenente ai Tory.

“Tendono a votare labour perché nel passato il partito era più positivo nei confronti dei musulmani rispetto ai conservatori. Il Labour Party ha introdotto la legislazione che vietava discriminazioni razziali sul luogo di lavoro o nell’offerta di beni e servizi, introducendo anche il divieto di discriminazione rispetto alla fede religiosa”.

Mohammad si riferisce al Race Relations Act e alla Commissione per l’Uguaglianza di Razza (Commission for Racial Equality) istituita dal governo labour nel 1976, che si proponevano di favorire l’uguaglianza tra vari gruppi etnici soprattutto sul luogo di lavoro.

Ma secondo lo studio del Migrants Right Network “Migrant voters in the 2015 General Elections”, le tendenze di voto degli immigrati starebbero cambiando.

Quattro dei seggi persi dai labour alle ultime elezioni appartengono a circoscrizioni dove “I candidati labour non sono riusciti ad assicurarsi il voto dei ‘non bianchi’ ”, dichiara un portavoce di “Operation Black Vote”, una not for profit che si batte per la rappresentanza delle minoranze etniche in politica.

Da un lato, le nuove generazioni di immigrati nate nel Regno Unito da genitori stranieri non vedono differenza tra i due partiti di maggioranza e credono che nessuno si sforzi abbastanza per rappresentarli.

Durante la scorsa legislatura erano solo 27 i parlamentari di etnia minoritaria, e anche se nel Parlamento appena eletto saranno 42 (il 6,6 per cento in più), per riflettere l’effettiva composizione della popolazione dovrebbero essere almeno il doppio, 84.

Inoltre, la retorica anti immigrazione della campagna elettorale starebbe influenzando la percezione che gli stessi immigrati hanno dei nuovi stranieri.

Per capire come sono andata a East Ham, la circoscrizione con il più alto numero di minoranze etniche del Regno Unito, e anche il seggio laburista più sicuro di Londra.

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Dal 1979 i suoi abitanti hanno sempre eletto un parlamentare labour, e così hanno fatto ieri. Stephen Timms sarà il loro rappresentate alla House of Commons per la sesta volta consecutiva dal 1994.

A queste elezioni ha guadagnato 40,563 voti, il 7,2 per cento in più rispetto al 2010, quando già risultava il parlamentare eletto con la più alta percentuale di voti locali.

Il suo elettorato è fatto di migranti, che a East Ham rappresentano il 51 per cento.

Li aiuta ad ottenere il permesso di soggiorno, a trovare il lavoro o una casa. In cambio ottiene voti, rispetto e popolarità. Anche chi non lo conosce lo sceglie perché la maggior parte dei propri amici o familiari fa lo stesso.

Doris ha 43 anni ed è arrivata a Londra dal Ghana quando ne aveva 21.

Trascorsi 10 anni ha fatto domanda per il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Dopo altri due anni di attesa l’ha ottenuto grazie a Stephen Timms, che ha scritto per lei la lettera all’Home Office. Da allora lo ha sempre votato.

Il suo non è un caso isolato. Anche a Tottenham, quartiere conosciuto per le rivolte del 2011 contro l’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia, il labour di origine ganhese David Lammy conserva lo stesso seggio da 4 mandati grazie al voto degli stranieri.

Nella giornata elettorale Stephen Timms arriva sorridente alla sede del Municipio di East Ham durante le ultime ore di voto. E’ l’unico bianco tra lo staff del suo partito,  che conta perlopiù membri di origine indiana.

“L’intero borgo è stato definito la comunità più variegata del pianeta. E io credo che sia anche una delle più coese. I nostri cittadini provengono dall’Africa o dai Paesi del Commonwealth e parlano lingue diverse. Ma trovano un senso di appartenenza alla comunità in piccoli luoghi come la Chiesa o il centro sportivo”, dichiara Timms.

Secondo lui il clima ostile verso gli stranieri creato dall’Ukip e dai conservatori ha reso gli abitanti di East Ham un po’ nervosi, “e credo e spero che per questo continueranno a votare labour”, dice.

Ma anche a East Ham qualcuno vota Ukip.

Sammy è arrivato dalle Filippine nel 2008, ma da quando ha ottenuto la cittadinanza teme gli stranieri che arrivano per cercare lavoro come qualsiasi elettore nato nel Regno Unito.

“Chiedono un sacco di benefici, ma per colpa loro l’economia sta andando giù. Guarda invece al Giappone, lì le regole per ottenere il permesso di soggiorno sono molto più dure e il Paese va bene”. Si augura lo stesso per il Regno Unito e per questo ha votato Ukip.

Ken invece è un padre single con due figli a carico, arrivato dai Caraibi negli anni 90. Ha una casa piccola, lavora come “chef free-lance” e vota labour. Ma anche lui non ama i nuovi arrivati.

Dice: “Se non lavorassi il governo mi darebbe una casa come fa con tutti quelli che vengono qui dall’Eritrea. Gli eritrei fanno le loro ricerche e sanno che in Inghilterra possono avere benefici facilmente, per questo ci vengono senza fare niente”.

Vota labour non solo perché è il partito che “sta vicino alla classe operaia”, ma anche perché sa che il loro programma prevede tempi più lunghi per la concessione dei sussidi alla disoccupazione o alla casa agli immigrati.

Non si fida di tutti quelli che dicono di scappare alle dittature o alle guerre. Secondo lui molti lo fanno per convenienza, ma potrebbero anche restare a casa. O vivere in un altro Paese dell’Unione Europea.

“Tutti hanno bisogno di aiuto, ma anche tu devi aiutare te stesso”, conclude.

Il reportage fotografico della giornata elettorale su The Post Internazionale.

Vivere con i frati in Kenya

Sono arrivata a Nairobi a metà Aprile sul finire dell’estate keniota. Era sera, ma rispetto al freddo di Londra il clima era caldo e a Westlands, la sede della provincia dei frati minori dell’East Africa che mi accoglie, c’era un piacevole tepore.

L’ex casa coloniale era grande e piena di gente. In quella settimana c’erano i frati di tutti gli Stati dell’East Africa arrivati per un incontro provinciale, e due suore del Madagascar.

Parlavano inglese, francese, kiswahili o un’altra delle 42 lingue keniote, ma anche italiano o croato.

In genere li incontravo sulla terrazza della casa. Si affacciava su un piccolo pezzo di giungla, con grandi alberi in fiore, bamboos, scimmie e ibis colorate che passavano emettendo versi stridenti. Ero circondata da insetti, ma mi sembrava fosse naturale. Una stanza, un pavimento o delle mura erano solo ostacoli artificiali tra l’uomo e il suo habitat naturale: la giungla. Fatta di alberi, piante, terreno e insetti.

Come le “termiti volanti”, che popolavano le stanze illuminate nei giorni di pioggia e ti si posavano addosso mentre mangiavi. Si accoppiavano per terra e poi perdevano le ali. Morivano, per poi essere cucinate in padella e mangiate.

Fra Carmelo mi parlava delle pratiche tribali dei villaggi kenioti. Della vita nelle famiglie e delle regole comportamentali all’interno delle coppie: mogli e mariti che non sedevano insieme a tavola, a cui si doveva spiegare che non c’era niente di male a farlo. Per poi scoprire che nemmeno loro avevano niente in contrario, ma erano semplicemente abituati così.

Quella di portare avanti una pratica anche dannosa solo perché tramandata da troppe generazioni è una regola in Africa, che spesso giustifica norme di comportamento anche più pericolose come l’infibulazione artificiale del clitoride delle donne. Il fatto che si faccia da sempre e che lo facciano tutti giustifica il dolore che provoca, e che una donna proverà ogni volta che avrà un rapporto sessuale per il resto della sua vita.

Ma per molti l’infibulazione è giusta, se non salutare.

Non stupisce allora che alcune madri portino i propri figli da stregoni o esorcisti se malati, piuttosto che in un ospedale. O che molti uomini siano costretti ad avere un rapporto sessuale col cadavere di una donna se questa è morta vergine, per garantirle serenità ultra-mondana.

Ma dietro l’arretratezza emerge una sorta di fatalismo, quello dei contadini il cui destino dipende dalle stagioni, dal caso, dal sole e dalla quantità di pioggia che irriga i campi.

Di chi è abituato a prendere quello che i mesi portano con accettazione e pazienza. Ad accettare la siccità anche quando dovrebbe piovere, la peste che rovina il raccolto e la mancanza di soldi per comprare pesticidi o fertilizzanti.

Durante la permanenza in Kenya ho trascorso quattro giorni a Lower Subukia, un piccolo villaggio sulla striscia dell’Equatore dove i bambini popolano le strade senza asfalto in cerca di un uomo bianco che li dia dei dolci.

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“Give me a sweet”, gridano quando ti si avvicinano mentre cammini. Se sei abbastanza fortunato ti saluteranno dicendo “Mambo”, che nel loro slang significa “come va”.

I dolci a Lower Subukia costano troppo, e i piccoli sono abituati a riceverli dai volontari del posto. Anche se non ne consumano molti hanno denti pieni di carie. Uno spazzolino costa 15 kenyan scellings (15 centesimo di euro circa) e non possono permettersi nemmeno quello. Così non si lavano i denti, ma a volte vanno a farseli curare all’health centre istituito lì da i frati francescani negli anni 90.

Fra Miro, Peter e Florentin gestiscono anche una scuola e un centro per disabili.

Miro è croato e il centro per disabili si chiama “Mali Dom”, “Piccola Casa”. Ospita circa 18 bambini.

Ce n’è una con metà gamba, la cui parte artificiale deve essere sostituita continuamente perché quella sana cresce troppo velocemente.

C’è una ragazza della mia età, 27 anni, che sembra invece averne 12 e parla poco.

Molti di loro vivono su una sedia a rotelle, sono disabili mentalmente, o autistici. Come John, che emette suoni strani mentre (mi spiegano) sta lentamente perdendo la vista.

Uno dei responsabili della “Piccola casa” va a recuperare i disabili per le stradine del villaggio.

Succede che i bambini abbiano malformazioni per via degli incesti o dell’assenza di cure durante la gravidanza. Va a cercare nelle case dove molto spesso i genitori li nascondono perché considerati una vergogna. Lui li convince ad affidarli alla Piccola Casa. Se accettano spesso non torneranno più a controllare come stanno.

Anche in questo caso nei volti di bambini e volontari non c’è disperazione, ma speranza. Quella di chi va avanti insieme all’aiuto degli altri e senza troppe domande.

Quando lascio Lower Subukia è un giorno di pioggia e la macchina che mi accompagna al villaggio più vicino, Nyahururu, si trova incastrata nel fango. Ho fretta di prendere l’autobus per Nairobi, dove devo finire un compito universitario.

Scendiamo dalla macchina aspettando che Fra Miro liberi il veicolo, intorno a noi tantissimi altri fanno lo stesso.

Ancora una volta non appaiono preoccupati, ma quasi eccitati, come fosse una festa. Rimanere impantanati nel fango, bagnati, con scarpe e vestiti sporchi, per gli autoctoni è normale routine: le strade non hanno asfalto, e molti di loro non hanno una Jeep4x4. Dunque si mettono comodi e sereni, danno indicazioni al conducente e aspettano mentre le ruote girano a vuoto.

“Pole pole”, ripetono sotto il rumore della pioggia battente, ”piano piano”.

Accetto il consiglio, non mi resta che aspettare. Mentre attendo mi libero dal pensiero degli impegni e guardo le facce dei miei compagni di avventura, e insieme agli abitanti di Lower Subukia vengo pervasa da un senso di infinita gratitudine e serenità.

Ojala que llueva cafè

Quando ascolto Juan Luis Guerra mi ricordo dell’essenza della felicità, provata a Bruxelles un sabato di giugno alla festa di compleanno di Francis, un collega della cooperazione e sviluppo europea.

Francis era spagnolo, cicciottello, e quando parlava sembrava avesse in bocca una polpetta. Poprio come l’eroe dei fumetti belga in una delle sue avventure, “Tintin au Congo”, stava per partire per il Congo. Nessuno gli regalò il celebre fumetto quella sera, ma solo una guida routard. Noi portammo del rum e un tritaghiaccio per fare i mojito e iniziammo a ballare.

Roberto mi insegnava i passi di salsa senza spiegarmeli. Mi diceva soltanto di non guardare in basso e di chiudere gli occhi: “Se ti guardi i piedi ti spezzo le gambe”, sussurrava. Allora iniziai a farmi trasportare. Non dovevo fare niente, ma a musica finita mi sembrava di aver fatto tutto.

Poi nelle pause sul balcone mi raccontava dei chicchi di caffè che si possono coltivare anche all’ombra e degli ortaggi che invece hanno bisogno del sole. Intanto immaginavamo i campi di patate e fragole cantati da Juan Luis Guerra in “Ojala que llueva cafè”. (“Sembra una llanura de batata y fresa”).

Quella canzone, diceva, lo metteva di buon umore. Ma in effetti di buon umore lo era spesso.

Di giorno entrava nel mio ufficio di soppiatto. Faceva finta di non vedermi e di trovarmi all’improvviso dopo aver perlustrato la stanza, seduta davanti allo schermo a compilare inventari che di certo non avrebbero cambiato il futuro del mondo. Frustrati per la scarsa incisività delle nostre mansioni, decidevamo di andare a prendere il caffè del bar passando per le scale di emergenza. Non le percorreva nessuno e scendendole potevamo fare un pò come ci pareva. Gli altri erano chiusi negli ascensori con le gambe atrofizzate dalle 40 ore settimanali al desk, che però con il nuovo “Flexy time” potevano gestirsi ammazzandosi un giorno e uscendo prima il pomeriggio seguente per la partita di calcio settimanale con i colleghi.

Anche Roberto partecipava agli eventi sociali degli ex cooperanti votati al lavoro di ufficio, sebbene la vita in Commissione sembrava stargli stretta come le cravatte a striscie dei funzionari. Di cravatte infatti non gliene ho mai viste, al massimo si metteva delle giacche a coste beige o marroni. Le stirava di mattina prima delle riunioni importanti.

Quelle poche volte che l’ho incontrato in ascensore sembrava un pesce fuor d’acqua. Faceva finta di imitare i miei gesti e la mia postura. Spalle indietro e petto in fuori, immobile e concentrato come se stesse ancora pensando ad affari di lavoro, composto e distante come se non mi conoscesse e non mi si volesse avvicinare prima di uscire.

La libertà fuori dal palazzo di 12 piani e pareti di vetro stile Gotam City si chiamava 18.01 e si godeva a Saint Gilles, il quartiere bobò di Brussels dove Roberto abitava.

La casa affacciava di fronte al Palazzo del Comune, l’Hotel de Ville. Maestoso, imponente, in stile rinascimentale franco-fiammingo, con le facciate arancioni e le statue di bronzo illuminate anche di notte. Le finestre del salotto sempre aperte ci facevano sentire il brusio dei clienti e lo stridere del vetro dei bicchieri della birreria di sotto, il Moeder Lambic, mentre noi stavamo dentro.

Anche la prima volta che ci siamo incontrati parlammo di caffè. Mi invitava a prenderlo nel suo ufficio apparecchiato con apposita macchinetta fai da te. Stava portando avanti una personale crociata contro la Nespresso della cucina del piano, che consumava più acqua e produceva rifiuti di plastica, con tutte le pellicole delle capsule chic usate dai capi fighetti (classico, decaffeinato, alla vaniglia o al cioccolato). Lui aveva barattoloni di polvere sulla scrivania.

Entrammo in ascensore e per un pò restammo immobili, scordandoci di spingere il tasto per salire. Quando se ne accorse e lo fece gli dissi “è così che deve essere”. Mi rispose qualcosa sussurrandola con voce rauca e dopo qualche mese iniziammo a bere caffè.

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