La linea d'ombra

Category: Bio

Kai len

Oggi a Roma il cielo era di un azzurro intenso e uniforme, l’aria fredda e tagliente, ma i raggi riscaldavano il viso dopo ogni folata di vento.

Dai frutteti lungo le stradine che da viale Aventino sbucano su via del Circo Massimo, spuntavano mimose e alberi di mandarino che sembravano avere foglie d’argento. Dal lato opposto, in via dei Cerchi, le mura del tempio di Palatino erano rosso terra e infuocate dal sole. A Villa Borghese, i pini facevano ombra sul prato mentre la luce imbiancava la facciata della Galleria Borghese. A Piazza Buenos Aires c’erano mandorli fioriti di rosa e di bianco, che ricordavano l’aria di primavera. Ma verso le 16 iniziava a far freddo, il sole si preparava a tramontare, lasciando timidi riflessi che a malapena attraversavano le fessure degli archi di Porta Maggiore.

Dopo un’ora e mezza era quasi buio. Un’interruzione improvvisa e prematura, che mi ha fatto ricordare di quando a Dakar correvo in taxi verso Plage des Mamelles, la spiaggia delle Mamelle, chiamata così perché si trova ai piedi delle due colline della città, che attraversano una parte della costa a poca distanza l’una dall’altra proprio come i seni di una donna.

Mi decidevo sempre troppo tardi ad andare, verso le sette di sera, quando il traffico rischiava di non farmi arrivare in tempo per vedere il tramonto.

Allora gridavo al tassista di turno di sbrigarsi, e guardavo ininterrottamente l’ora sperando che non fossero già le 19.35. Lo snodo peggiore era nel quartiere di Mermoz, dove le macchine arrivavano da ogni angolo e sbucavano su una rotonda invadendone i lati senza ordine ne senso di marcia. Ma Dakar rispetta i tempi degli indecisi, e anche quando non arrivavo in orario per vedere l’ultimo spicchio di sole sparire nel mare, potevo assistere alla fine del giorno: la luce durava almeno fino alle nove. E anche se era già buio pesto, non ero in ritardo.

Max, il guardiano della spiaggia, piazzava un divano sul piano rialzato del suo stabilimento hippie fatto di sassi colorati, maschere create con taniche di acqua e pupazzi di frutti di calebasse. Sulla punta del palco di sabbia regnava una piroga. Abdou iniziava a intonare le sue canzoni e a suonarle con la chitarra, dopo un giorno trascorso lì a esercitarsi e imparare nuovi accordi. La mia preferita era quella che chiamavano “La canzone di Mamelles”, Kai Len, che in wolof vuol dire “venite”.

Parlava del pellegrinaggio a Touba, città sacra dove era stata costruita una moschea in marmi bianchi in onore del marabutto più venerato del Senegal, Serign Touba, e di Cheick Ibrahima Fall, suo seguace e fondatore della confraternita sufi dei Bye Fall, di cui tutti quelli che portavano rasta e abiti larghi dicevano di far parte, per quanto quella appartenenza richiedesse molto più di un semplice cambio di stile.

Al suono di Kai len, tutti ci avvicinavamo: c’era chi come Max si stendeva su qualche amaca e iniziava a ciondolare e chi come me si metteva sul divano a contemplare la luna, arrivata nel frattempo a schiarire l’Oceano.

Si sentivano le onde infrangersi sul bagnasciuga, e il rumore delle pietre che rotolavano da una delle colline, perché qualcuno era andato a raccoglierle illegalmente, di sera, quando non poteva essere visto, per farne ciondoli o collane. “I soliti maliani”, si lamentava Max, ma lui stesso ne portava una.

Nel frattempo le luci del faro che spuntava sulla collina giravano a intermittenza. Il passaggio verso sera era lento e naturale, e la notte arrivava perché doveva arrivare, ma quasi nessuno se ne accorgeva.

 

Lezioni africane per un domani migliore

Oggi mi sono messa a pensare ad auspici e buoni propositi per il 2018 appena iniziato, e per farlo ho deciso di attingere alle mie esperienze in Senegal e in Kenya (i Paesi a cui mi riferisco quando di seguito parlo di Africa), che mi hanno insegnato nuove usanze, lingue e culture, ma soprattutto mostrato modi sconosciuti di stare al mondo.

La prima lezione che ho imparato in Africa è quella della pratica della pazienza. 

In bambara (lingua del Mali) si dice sabali, e la cantano Amadou & Mariam in una loro celebre canzone. In wolof, lingua nazionale del Senegal, invece si dice mougne. Ma i Senegalesi – per il 92% musulmani – non usano il termine così spesso, perché per loro il riferimento verbale a questa attitudine è quasi sempre la volontà di Allah. Inchallah (se Dio vuole), mashallah (come Dio ha voluto), allahmdoulillah (Grazie a Dio!).

La volontà di Allah è ciò che conta più di tutto e da cui tutto dipende, e questa convinzione aiuta a superare la morte, la malattia, la povertà, e ad avere pazienza quando non si ottiene qualcosa, perché si va avanti consapevoli che era quello che Dio voleva e che almeno il suo progetto si è compiuto (mashallah).

Così che questa pazienza equivale quasi alla rassegnazione, che assolve il soggetto dall’impegnarsi per il raggiungimento di uno scopo, in un contesto dove può capitare spesso di doversi scontrare con ostacoli sociali, economici, politici e culturali alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Quando invece ero stata in Kenya nel 2015, avevo sperimentato un altro concetto di pazienza, quella dei contadini, che la usavano mentre attendevano che un acquazzone finisse o che al contrario piovesse per nutrire il raccolto, affidandosi a Dio e al normale ciclo delle stagioni. La loro non era rassegnazione, ma placida attesa. La pazienza di chi sa che per quanto può sforzarsi ci sono eventi di fronte ai quali non può far molto. Ma non dispera, perché niente è così fondamentale da non potersi arrestare per cause di forza maggiore, e attende che la situazione cambi senza essere troppo attaccato al proprio progetto di vita.

Per me bisognerebbe fare esperienza della pazienza in questo modo, senza abbandonare i nostri piani al primo ostacolo, ma conservando una forza cauta e l’umiltà di dirsi che non sono poi così importanti.

La seconda lezione riguarda il concetto di famiglia. Quando un senegalese non riesce a realizzare un progetto si consola attraverso la fede, ma soprattutto grazie alla presenza di ciò che di più prezioso ha, la sua famiglia, grande e numerosa e di cui fanno parte decine di altri cugini e parenti.

Come avevo scritto tempo fa, in Senegal tutti gli amici sono cugini e tutti i cugini sono fratelli. I figli di amici e fratelli sono nipoti, gli amici e i fratelli di genitori e zii sono zii. Ci sono orfani, ma non figli unici. La famiglia senegalese non comprende soltanto parenti di sangue, ma potenzialmente qualsiasi prossimo, incluso il nuovo arrivato con cui si scambiano un paio di pasti e che alla terza o quarta volta fa già parte della famiglia.

Entrare “en famille” comporta il rispetto delle norme che si seguono tra parenti: trascorrere insieme i giorni di festa, ma soprattutto sentirsi spesso con brevi messaggi o chiamate per sincerarsi che tutto vada bene. E se in Europa può passare anche qualche giorno senza sentire figli o genitori quando si vive lontani, in Senegal il contatto è molto più costante, quasi giornaliero, anche con i ‘parenti’ acquisiti casualmente.

A volte i più anziani hanno un comportamento familiare ed educativo anche con i giovani che non conoscono e che semplicemente trovano per strada, perché alla fine si è tutti in famiglia. Io stessa mi sono ritrovata a ricevere degli ammonimenti da sconosciuti, e non solo perché straniera.

Se osavo chiedere l’ora o una direzione a qualcuno senza prima domandargli come stesse e come andasse la giornata, venivo sgridata: “Beh e non si saluta? Non mi chiedi come sto?”, con il tono confidenziale di un nonno che da al nipote una lezione di vita. Il suo richiamarmi all’ordine mi diceva che i miei desideri non erano così importanti, o non più importanti dei valori che uniscono tutti sotto lo stesso tetto come in una unica famiglia.

Ho visto bambini essere sgridati da passanti che si comportavano come fossero loro genitori per non aver rispettato gli anziani per strada, e ne ho visti altri bussare alla porta di casa per giocare, pretendendo acqua, cibo e tempo come fossi una loro mamma, solo perché li avevo regalato qualche sorriso un paio di volte nei giorni precedenti.

E così non ci sono limiti o confini troppo netti tra persone e famiglie, e nessuna famiglia è così definita da non poter essere allargata, in un Paese dove la maggior parte della popolazione pratica ancora la poligamia e in cui tre religioni e 10 etnie diverse convivono pacificamente.

Ho pensato spesso a questo concetto di famiglia durante le vacanze natalizie, che sono una delle occasioni più importanti per celebrarne il senso, realizzando che purtroppo molto spesso nei nostri continenti l’importanza è data alla famiglia a cui si appartiene e non a quello che rappresenta in generale.

La famiglia è chiusa tra sacri confini, che a Natale sono ancora più netti perché definiti dalle luci e dai colori con cui delimitiamo i balconi e le porte, quelle dietro le quali ci chiudiamo per minimo cinque giorni impegnati a celebrare il nostro progetto di vita o a struggerci perché incompleto, mangiando.

Per quanto sia giusto e naturale curare se stessi e i propri cari, credo che bisognerebbe aprire le proprie famiglie, romperne i confini e praticare la solidarietà e l’accoglienza per supportare non solo i nostri simili, ma chiunque, come fosse membro della nostra famiglia. Uscire dalle nostre case, quartieri, gruppi e giardinetti per ripensare le strade in cui viviamo.

Perché, come insegnano i contadini in Kenya, i nostri progetti di vita non sono poi così importanti da non poter essere interrotti da un imprevisto, e non dovremmo esserci troppo attaccati, ma pronti a rinunciarci in ogni momento per fare spazio a chi non ce l’ha, l’ha perso, ha bisogno di nuove regole o vuole semplicemente bussare alla porta.

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Teranga

E’ la prima volta che scrivo da quando sono a Dakar. 

Sono avvolta dall’armonia dei muezzin e di altri canti religiosi, tra case basse e qualche costruzione più alta che avanza in cemento e argilla.

Mi sono da poco trasferita in una casa circondata da un unico lungo balcone, dove la vista a perdita d’occhio sulla distesa di case e alberi ci consola dalla bassa pressione e le docce con secchielli e bacinelle. Non mi sento mai troppo pulita, non c’è un divano o una tv, nella mia stanza non smetto di guardare l’orizzonte e i cinque lunghi minareti di una maestosa moschea in costruzione che spezzano il cielo per il resto indisturbato. Non ho internet e guardo quello che c’è sul computer: video di capoeira passati da una fiamma locale spentasi lentamente, film lasciati da una compagna di viaggio partita troppo presto. Le cose arrivano e finiscono per cause naturali o di forza maggiore.

Quello a cui ci si attacca parte, svanisce, si affievolisce, finisce. Qualcosa torna all’improvviso e quando meno te l’aspetti, è la fiamma che arde lenta e che ogni tanto riprende fiato e vigore grazie a una piccola scintilla. E poi di nuovo.

Sono nell’Africa in versione metropolitana, dove i luoghi sono non luoghi e non hanno troppa storia, non perché questa non esista, ma perché in posti diversi, nelle persone e nelle loro usanze, nei loro stili di vita, credenze, lingue e tradizioni.

Gli stili coesistono e convivono in un misto di progresso e arretratezza, fede profonda e emancipazione da Dio, spiritualità e concretezza, semplicità e fame di soldi. I ragazzini di Dakar sfrecciano sulle moto con bomberini a vento anche quando ci sono 20 gradi, i bambini chiedono l’elemosina con serietà, rigore e sfrontatezza. I montoni circondano gli isolati belando e le signore sono eleganti e giovani anche a 80 anni, portano colori vivaci e abiti di stoffa fosforescente che mettono in risalto i denti e le iridi bianche. Anche quando si ritrovano a dover portare grossi pesi sulla testa, lo fanno con eleganza, come se la bombola del gas da cambiare o la pila di materassi piazzati sul capo fossero solo degli accessori utili a farle sfilare meglio. I fisici sono temprati dall’abitudine e dalla pratica. Fin da piccole si sono cimentate a pulire le scale o i pavimenti con tutto il corpo, hanno imparato a piegare la schiena il più possibile per raggiungere il suolo senza flettere le ginocchia, e a sopportare i pesi rafforzando le spalle. 

Intanto gli uomini praticano sport sulla corniche, il lungomare della città.

Una distesa di attrezzi popola la costa, una palestra a cielo aperto dove giovani atleti o aspiranti calciatori corrono e si allenano a quasi tutte le ore del giorno, ma soprattutto di sera, all’imbrunire, mentre la palla di fuoco sparisce in due minuti dietro l’acqua e lascia una scia rosa aleggiare sul mare. I corridori sembrano dei soldatini che si muovono in fila indiana avanti e indietro al fianco delle onde dell’Oceano. Alcuni si spingono fino alla spiaggia e passano ore a fare esercizi, e a camminare sulle ginocchia insabbiate assumendo pose ridicole e strane. Hanno fisici scolpiti, pelle soda e muscoli ben definiti in ogni parte del corpo.

Le geep bianche li sfrecciano accanto non curanti, sono il simbolo delle missioni umanitarie, della agenzie di sviluppo che manovrano milioni di euro per portare loro un po’ di  benessere. Una missione importante, che forse per questo non li lascia il tempo di soffermarsi a guardare.

Osservo questa immensa diversità e convivenza di tempi, stili di vita e culture e mi dico che è proprio vero, il Senegal è il paese della teranga (accoglienza), perché a Dakar c’è posto per tutti.

Vivere con i frati in Kenya

Sono arrivata a Nairobi a metà Aprile sul finire dell’estate keniota. Era sera, ma rispetto al freddo di Londra il clima era caldo e a Westlands, la sede della provincia dei frati minori dell’East Africa che mi accoglie, c’era un piacevole tepore.

L’ex casa coloniale era grande e piena di gente. In quella settimana c’erano i frati di tutti gli Stati dell’East Africa arrivati per un incontro provinciale, e due suore del Madagascar.

Parlavano inglese, francese, kiswahili o un’altra delle 42 lingue keniote, ma anche italiano o croato.

In genere li incontravo sulla terrazza della casa. Si affacciava su un piccolo pezzo di giungla, con grandi alberi in fiore, bamboos, scimmie e ibis colorate che passavano emettendo versi stridenti. Ero circondata da insetti, ma mi sembrava fosse naturale. Una stanza, un pavimento o delle mura erano solo ostacoli artificiali tra l’uomo e il suo habitat naturale: la giungla. Fatta di alberi, piante, terreno e insetti.

Come le “termiti volanti”, che popolavano le stanze illuminate nei giorni di pioggia e ti si posavano addosso mentre mangiavi. Si accoppiavano per terra e poi perdevano le ali. Morivano, per poi essere cucinate in padella e mangiate.

Fra Carmelo mi parlava delle pratiche tribali dei villaggi kenioti. Della vita nelle famiglie e delle regole comportamentali all’interno delle coppie: mogli e mariti che non sedevano insieme a tavola, a cui si doveva spiegare che non c’era niente di male a farlo. Per poi scoprire che nemmeno loro avevano niente in contrario, ma erano semplicemente abituati così.

Quella di portare avanti una pratica anche dannosa solo perché tramandata da troppe generazioni è una regola in Africa, che spesso giustifica norme di comportamento anche più pericolose come l’infibulazione artificiale del clitoride delle donne. Il fatto che si faccia da sempre e che lo facciano tutti giustifica il dolore che provoca, e che una donna proverà ogni volta che avrà un rapporto sessuale per il resto della sua vita.

Ma per molti l’infibulazione è giusta, se non salutare.

Non stupisce allora che alcune madri portino i propri figli da stregoni o esorcisti se malati, piuttosto che in un ospedale. O che molti uomini siano costretti ad avere un rapporto sessuale col cadavere di una donna se questa è morta vergine, per garantirle serenità ultra-mondana.

Ma dietro l’arretratezza emerge una sorta di fatalismo, quello dei contadini il cui destino dipende dalle stagioni, dal caso, dal sole e dalla quantità di pioggia che irriga i campi.

Di chi è abituato a prendere quello che i mesi portano con accettazione e pazienza. Ad accettare la siccità anche quando dovrebbe piovere, la peste che rovina il raccolto e la mancanza di soldi per comprare pesticidi o fertilizzanti.

Durante la permanenza in Kenya ho trascorso quattro giorni a Lower Subukia, un piccolo villaggio sulla striscia dell’Equatore dove i bambini popolano le strade senza asfalto in cerca di un uomo bianco che li dia dei dolci.

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“Give me a sweet”, gridano quando ti si avvicinano mentre cammini. Se sei abbastanza fortunato ti saluteranno dicendo “Mambo”, che nel loro slang significa “come va”.

I dolci a Lower Subukia costano troppo, e i piccoli sono abituati a riceverli dai volontari del posto. Anche se non ne consumano molti hanno denti pieni di carie. Uno spazzolino costa 15 kenyan scellings (15 centesimo di euro circa) e non possono permettersi nemmeno quello. Così non si lavano i denti, ma a volte vanno a farseli curare all’health centre istituito lì da i frati francescani negli anni 90.

Fra Miro, Peter e Florentin gestiscono anche una scuola e un centro per disabili.

Miro è croato e il centro per disabili si chiama “Mali Dom”, “Piccola Casa”. Ospita circa 18 bambini.

Ce n’è una con metà gamba, la cui parte artificiale deve essere sostituita continuamente perché quella sana cresce troppo velocemente.

C’è una ragazza della mia età, 27 anni, che sembra invece averne 12 e parla poco.

Molti di loro vivono su una sedia a rotelle, sono disabili mentalmente, o autistici. Come John, che emette suoni strani mentre (mi spiegano) sta lentamente perdendo la vista.

Uno dei responsabili della “Piccola casa” va a recuperare i disabili per le stradine del villaggio.

Succede che i bambini abbiano malformazioni per via degli incesti o dell’assenza di cure durante la gravidanza. Va a cercare nelle case dove molto spesso i genitori li nascondono perché considerati una vergogna. Lui li convince ad affidarli alla Piccola Casa. Se accettano spesso non torneranno più a controllare come stanno.

Anche in questo caso nei volti di bambini e volontari non c’è disperazione, ma speranza. Quella di chi va avanti insieme all’aiuto degli altri e senza troppe domande.

Quando lascio Lower Subukia è un giorno di pioggia e la macchina che mi accompagna al villaggio più vicino, Nyahururu, si trova incastrata nel fango. Ho fretta di prendere l’autobus per Nairobi, dove devo finire un compito universitario.

Scendiamo dalla macchina aspettando che Fra Miro liberi il veicolo, intorno a noi tantissimi altri fanno lo stesso.

Ancora una volta non appaiono preoccupati, ma quasi eccitati, come fosse una festa. Rimanere impantanati nel fango, bagnati, con scarpe e vestiti sporchi, per gli autoctoni è normale routine: le strade non hanno asfalto, e molti di loro non hanno una Jeep4x4. Dunque si mettono comodi e sereni, danno indicazioni al conducente e aspettano mentre le ruote girano a vuoto.

“Pole pole”, ripetono sotto il rumore della pioggia battente, ”piano piano”.

Accetto il consiglio, non mi resta che aspettare. Mentre attendo mi libero dal pensiero degli impegni e guardo le facce dei miei compagni di avventura, e insieme agli abitanti di Lower Subukia vengo pervasa da un senso di infinita gratitudine e serenità.

Ojala que llueva cafè

Quando ascolto Juan Luis Guerra mi ricordo dell’essenza della felicità, provata a Bruxelles un sabato di giugno alla festa di compleanno di Francis, un collega della cooperazione e sviluppo europea.

Francis era spagnolo, cicciottello, e quando parlava sembrava avesse in bocca una polpetta. Poprio come l’eroe dei fumetti belga in una delle sue avventure, “Tintin au Congo”, stava per partire per il Congo. Nessuno gli regalò il celebre fumetto quella sera, ma solo una guida routard. Noi portammo del rum e un tritaghiaccio per fare i mojito e iniziammo a ballare.

Roberto mi insegnava i passi di salsa senza spiegarmeli. Mi diceva soltanto di non guardare in basso e di chiudere gli occhi: “Se ti guardi i piedi ti spezzo le gambe”, sussurrava. Allora iniziai a farmi trasportare. Non dovevo fare niente, ma a musica finita mi sembrava di aver fatto tutto.

Poi nelle pause sul balcone mi raccontava dei chicchi di caffè che si possono coltivare anche all’ombra e degli ortaggi che invece hanno bisogno del sole. Intanto immaginavamo i campi di patate e fragole cantati da Juan Luis Guerra in “Ojala que llueva cafè”. (“Sembra una llanura de batata y fresa”).

Quella canzone, diceva, lo metteva di buon umore. Ma in effetti di buon umore lo era spesso.

Di giorno entrava nel mio ufficio di soppiatto. Faceva finta di non vedermi e di trovarmi all’improvviso dopo aver perlustrato la stanza, seduta davanti allo schermo a compilare inventari che di certo non avrebbero cambiato il futuro del mondo. Frustrati per la scarsa incisività delle nostre mansioni, decidevamo di andare a prendere il caffè del bar passando per le scale di emergenza. Non le percorreva nessuno e scendendole potevamo fare un pò come ci pareva. Gli altri erano chiusi negli ascensori con le gambe atrofizzate dalle 40 ore settimanali al desk, che però con il nuovo “Flexy time” potevano gestirsi ammazzandosi un giorno e uscendo prima il pomeriggio seguente per la partita di calcio settimanale con i colleghi.

Anche Roberto partecipava agli eventi sociali degli ex cooperanti votati al lavoro di ufficio, sebbene la vita in Commissione sembrava stargli stretta come le cravatte a striscie dei funzionari. Di cravatte infatti non gliene ho mai viste, al massimo si metteva delle giacche a coste beige o marroni. Le stirava di mattina prima delle riunioni importanti.

Quelle poche volte che l’ho incontrato in ascensore sembrava un pesce fuor d’acqua. Faceva finta di imitare i miei gesti e la mia postura. Spalle indietro e petto in fuori, immobile e concentrato come se stesse ancora pensando ad affari di lavoro, composto e distante come se non mi conoscesse e non mi si volesse avvicinare prima di uscire.

La libertà fuori dal palazzo di 12 piani e pareti di vetro stile Gotam City si chiamava 18.01 e si godeva a Saint Gilles, il quartiere bobò di Brussels dove Roberto abitava.

La casa affacciava di fronte al Palazzo del Comune, l’Hotel de Ville. Maestoso, imponente, in stile rinascimentale franco-fiammingo, con le facciate arancioni e le statue di bronzo illuminate anche di notte. Le finestre del salotto sempre aperte ci facevano sentire il brusio dei clienti e lo stridere del vetro dei bicchieri della birreria di sotto, il Moeder Lambic, mentre noi stavamo dentro.

Anche la prima volta che ci siamo incontrati parlammo di caffè. Mi invitava a prenderlo nel suo ufficio apparecchiato con apposita macchinetta fai da te. Stava portando avanti una personale crociata contro la Nespresso della cucina del piano, che consumava più acqua e produceva rifiuti di plastica, con tutte le pellicole delle capsule chic usate dai capi fighetti (classico, decaffeinato, alla vaniglia o al cioccolato). Lui aveva barattoloni di polvere sulla scrivania.

Entrammo in ascensore e per un pò restammo immobili, scordandoci di spingere il tasto per salire. Quando se ne accorse e lo fece gli dissi “è così che deve essere”. Mi rispose qualcosa sussurrandola con voce rauca e dopo qualche mese iniziammo a bere caffè.

Va’ dove ti porta il cuore

Il 7 novembre scorso era il mio 25esimo compleanno. Non avevo troppo da fare, e in attesa dei festeggiamenti serali passeggiavo per la Garbatella, come succedeva spesso ultimamente.

Una delle mie tappe preferite erano “I Golosoni”, un bar un pò pacchiano con il nome e la fantasia dell’insegna che richiamava quella dei Cesaroni. Vendeva dolci e torte fatte in casa che riflettevano le più profonde fantasie di gola di quando ero bambina: strati di gocciole e pan di stelle farciti di gelato o altri ripieni, esposti in vetrina con il rigore di una millefoglie o di una sacher torte. Non ho avuto mai il coraggio di comprarle, mi limitavo a guardarle mentre mangiavo coppette di gelato alla nocciola.

Quel giorno frugavo tra i libri del mercatino di via Benzoni, sotto al ponte in stile Calatrava che porta su viale Ostiense. Le travi bianche e curve attraversavano la valle di case abbandonate adiacente ai binari della metropolitana e si incrociavano all’orizzonte con il cilindro di ferro del gazometro, o con le grù dei palazzi in costruzione. Mi imbattei in un libro che credevo di aver già letto, o che comunque mi era familiare: “Va’ dove ti porta il cuore”, di Susanna Tamaro, una lunga lettera di amore e di addio scritta da una nonna malata alla nipote lontana. Il passo che lessi raccontava di un tradimento, di un amore vissuto per pochi giorni che cresceva con la distanza e si nutriva del ricordo.

In questi mesi ho camminato per la Garbatella altre volte, sono tornata ai Golosoni, ho attraversato il ponte Calatrava e visitato il mercatino, ma  non ho mai ritrovato il libro, e la storia d’amore fugace era rimasta sospesa come la torta alle gocciole lasciata in vetrina.

Ieri passeggiavo per Brussels nei pressi di Les Marolles, quartiere famoso per il suo passato popolare, dove operai e contadini vivevano ammassati a ridosso del centro. Oggi vi si accede attraverso un ascensore panoramico, si vendono vestiti vintage al kilo e mobili semi distrutti, costosi e retrò. Senza meta nè cartina mi sono ritrovata su una lunga via che si chiamava Stalingrad e sbucava su Piazza Rosa Luxemburg. In un grande negozio di libri usati e tra gli scaffali di legno c’era lui: Susanna Tamaro, “Va’ dove ti porta il cuore”. L’ho comprato a 2 euro e 50 e sono andata a leggerlo in una sala da thè.

Heroes

A differenza di quella dell’ultimo post, la mia ultima ossessione è una canzone.

L’ho riscoperta da poco, quando a Bari Ernesto Assante e Gino Castaldo davano una “Lezione di Rock” su David Bowie. E’ stata scritta a Berlino, alla fine degli anni ’70, nel tempo e nel luogo in cui le storie del mondo si davono appuntamento, e la musica cresceva rigogliosa a ridosso di un muro.

La scena rock si nutriva del passaggio di artisti inglesi, che lì emigravano quando Londra iniziava a essere occupata dalle avanguardie progressive, come quella dei Pink Floyd.

E’ a Berlino che David Bowie, di ritorno dagli Stati Uniti, incontra Brian Eno e Iggy Pop, con cui condivide un appartamento a Schoneberg, a ovest della città. Gli studi dove registravano i loro pezzi, gli Hansa studio, affacciavano su un tratto del muro, da cui probabilmente Bowie e Eno trovarono ispirazione per comporre Heroes.

Immaginano due amanti stare al fianco del muro, con i fucili che sparano sulle loro teste, baciarsi come se niente fosse.

I can remember

standing by the wall

and the guns shot above our heads

and we kiss

as though nothing could fall.

Piuttosto che di un amore romantico, Heroes parla di una rivoluzione. Che, diversamente da quelle del tempo, non avveniva da un lato o dall’altro del muro, ma sotto di esso.

Era il ’77, in Occidente i movimenti di protesta si stavano adattando a eventi e scenari diversi da quelli che li avevano animati fino ad allora. Negli Stati Uniti la cultura Hippie stava tramontando insieme alla fine della Guerra in Vietnam, in Italia i moti studenteschi erano implosi sotto i colpi degli attentati e delle stragi di Piazza.

A Est, la Rivoluzione Culturale Cinese si rivelava per quello che era stata: un tentativo imposto di reprimere il cambiamento. E si concludeva insieme alla morte di Mao.

A Berlino, al centro del mondo diviso, Heroes parlava di una sfida a quel mondo che invece poteva essere vinta per sempre, rendendo i suoi autori eroi, ma solo per un giorno.

Oh we can beat them, for ever and ever

Then we can be heroes, just for one day

Di un amore eterno e insieme fugace, ma non occasionale, né effimero. Di un’eternità che in quella fugacità si compiva, e che esisteva anche se, o forse proprio perchè, circoscritta.

Au vent mauvais

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