La linea d'ombra

Category: Behaviors

Lezioni africane per un domani migliore

Oggi mi sono messa a pensare ad auspici e buoni propositi per il 2018 appena iniziato, e per farlo ho deciso di attingere alle mie esperienze in Senegal e in Kenya (i Paesi a cui mi riferisco quando di seguito parlo di Africa), che mi hanno insegnato nuove usanze, lingue e culture, ma soprattutto mostrato modi sconosciuti di stare al mondo.

La prima lezione che ho imparato in Africa è quella della pratica della pazienza. 

In bambara (lingua del Mali) si dice sabali, e la cantano Amadou & Mariam in una loro celebre canzone. In wolof, lingua nazionale del Senegal, invece si dice mougne. Ma i Senegalesi – per il 92% musulmani – non usano il termine così spesso, perché per loro il riferimento verbale a questa attitudine è quasi sempre la volontà di Allah. Inchallah (se Dio vuole), mashallah (come Dio ha voluto), allahmdoulillah (Grazie a Dio!).

La volontà di Allah è ciò che conta più di tutto e da cui tutto dipende, e questa convinzione aiuta a superare la morte, la malattia, la povertà, e ad avere pazienza quando non si ottiene qualcosa, perché si va avanti consapevoli che era quello che Dio voleva e che almeno il suo progetto si è compiuto (mashallah).

Così che questa pazienza equivale quasi alla rassegnazione, che assolve il soggetto dall’impegnarsi per il raggiungimento di uno scopo, in un contesto dove può capitare spesso di doversi scontrare con ostacoli sociali, economici, politici e culturali alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Quando invece ero stata in Kenya nel 2015, avevo sperimentato un altro concetto di pazienza, quella dei contadini, che la usavano mentre attendevano che un acquazzone finisse o che al contrario piovesse per nutrire il raccolto, affidandosi a Dio e al normale ciclo delle stagioni. La loro non era rassegnazione, ma placida attesa. La pazienza di chi sa che per quanto può sforzarsi ci sono eventi di fronte ai quali non può far molto. Ma non dispera, perché niente è così fondamentale da non potersi arrestare per cause di forza maggiore, e attende che la situazione cambi senza essere troppo attaccato al proprio progetto di vita.

Per me bisognerebbe fare esperienza della pazienza in questo modo, senza abbandonare i nostri piani al primo ostacolo, ma conservando una forza cauta e l’umiltà di dirsi che non sono poi così importanti.

La seconda lezione riguarda il concetto di famiglia. Quando un senegalese non riesce a realizzare un progetto si consola attraverso la fede, ma soprattutto grazie alla presenza di ciò che di più prezioso ha, la sua famiglia, grande e numerosa e di cui fanno parte decine di altri cugini e parenti.

Come avevo scritto tempo fa, in Senegal tutti gli amici sono cugini e tutti i cugini sono fratelli. I figli di amici e fratelli sono nipoti, gli amici e i fratelli di genitori e zii sono zii. Ci sono orfani, ma non figli unici. La famiglia senegalese non comprende soltanto parenti di sangue, ma potenzialmente qualsiasi prossimo, incluso il nuovo arrivato con cui si scambiano un paio di pasti e che alla terza o quarta volta fa già parte della famiglia.

Entrare “en famille” comporta il rispetto delle norme che si seguono tra parenti: trascorrere insieme i giorni di festa, ma soprattutto sentirsi spesso con brevi messaggi o chiamate per sincerarsi che tutto vada bene. E se in Europa può passare anche qualche giorno senza sentire figli o genitori quando si vive lontani, in Senegal il contatto è molto più costante, quasi giornaliero, anche con i ‘parenti’ acquisiti casualmente.

A volte i più anziani hanno un comportamento familiare ed educativo anche con i giovani che non conoscono e che semplicemente trovano per strada, perché alla fine si è tutti in famiglia. Io stessa mi sono ritrovata a ricevere degli ammonimenti da sconosciuti, e non solo perché straniera.

Se osavo chiedere l’ora o una direzione a qualcuno senza prima domandargli come stesse e come andasse la giornata, venivo sgridata: “Beh e non si saluta? Non mi chiedi come sto?”, con il tono confidenziale di un nonno che da al nipote una lezione di vita. Il suo richiamarmi all’ordine mi diceva che i miei desideri non erano così importanti, o non più importanti dei valori che uniscono tutti sotto lo stesso tetto come in una unica famiglia.

Ho visto bambini essere sgridati da passanti che si comportavano come fossero loro genitori per non aver rispettato gli anziani per strada, e ne ho visti altri bussare alla porta di casa per giocare, pretendendo acqua, cibo e tempo come fossi una loro mamma, solo perché li avevo regalato qualche sorriso un paio di volte nei giorni precedenti.

E così non ci sono limiti o confini troppo netti tra persone e famiglie, e nessuna famiglia è così definita da non poter essere allargata, in un Paese dove la maggior parte della popolazione pratica ancora la poligamia e in cui tre religioni e 10 etnie diverse convivono pacificamente.

Ho pensato spesso a questo concetto di famiglia durante le vacanze natalizie, che sono una delle occasioni più importanti per celebrarne il senso, realizzando che purtroppo molto spesso nei nostri continenti l’importanza è data alla famiglia a cui si appartiene e non a quello che rappresenta in generale.

La famiglia è chiusa tra sacri confini, che a Natale sono ancora più netti perché definiti dalle luci e dai colori con cui delimitiamo i balconi e le porte, quelle dietro le quali ci chiudiamo per minimo cinque giorni impegnati a celebrare il nostro progetto di vita o a struggerci perché incompleto, mangiando.

Per quanto sia giusto e naturale curare se stessi e i propri cari, credo che bisognerebbe aprire le proprie famiglie, romperne i confini e praticare la solidarietà e l’accoglienza per supportare non solo i nostri simili, ma chiunque, come fosse membro della nostra famiglia. Uscire dalle nostre case, quartieri, gruppi e giardinetti per ripensare le strade in cui viviamo.

Perché, come insegnano i contadini in Kenya, i nostri progetti di vita non sono poi così importanti da non poter essere interrotti da un imprevisto, e non dovremmo esserci troppo attaccati, ma pronti a rinunciarci in ogni momento per fare spazio a chi non ce l’ha, l’ha perso, ha bisogno di nuove regole o vuole semplicemente bussare alla porta.

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Vivere con i frati in Kenya

Sono arrivata a Nairobi a metà Aprile sul finire dell’estate keniota. Era sera, ma rispetto al freddo di Londra il clima era caldo e a Westlands, la sede della provincia dei frati minori dell’East Africa che mi accoglie, c’era un piacevole tepore.

L’ex casa coloniale era grande e piena di gente. In quella settimana c’erano i frati di tutti gli Stati dell’East Africa arrivati per un incontro provinciale, e due suore del Madagascar.

Parlavano inglese, francese, kiswahili o un’altra delle 42 lingue keniote, ma anche italiano o croato.

In genere li incontravo sulla terrazza della casa. Si affacciava su un piccolo pezzo di giungla, con grandi alberi in fiore, bamboos, scimmie e ibis colorate che passavano emettendo versi stridenti. Ero circondata da insetti, ma mi sembrava fosse naturale. Una stanza, un pavimento o delle mura erano solo ostacoli artificiali tra l’uomo e il suo habitat naturale: la giungla. Fatta di alberi, piante, terreno e insetti.

Come le “termiti volanti”, che popolavano le stanze illuminate nei giorni di pioggia e ti si posavano addosso mentre mangiavi. Si accoppiavano per terra e poi perdevano le ali. Morivano, per poi essere cucinate in padella e mangiate.

Fra Carmelo mi parlava delle pratiche tribali dei villaggi kenioti. Della vita nelle famiglie e delle regole comportamentali all’interno delle coppie: mogli e mariti che non sedevano insieme a tavola, a cui si doveva spiegare che non c’era niente di male a farlo. Per poi scoprire che nemmeno loro avevano niente in contrario, ma erano semplicemente abituati così.

Quella di portare avanti una pratica anche dannosa solo perché tramandata da troppe generazioni è una regola in Africa, che spesso giustifica norme di comportamento anche più pericolose come l’infibulazione artificiale del clitoride delle donne. Il fatto che si faccia da sempre e che lo facciano tutti giustifica il dolore che provoca, e che una donna proverà ogni volta che avrà un rapporto sessuale per il resto della sua vita.

Ma per molti l’infibulazione è giusta, se non salutare.

Non stupisce allora che alcune madri portino i propri figli da stregoni o esorcisti se malati, piuttosto che in un ospedale. O che molti uomini siano costretti ad avere un rapporto sessuale col cadavere di una donna se questa è morta vergine, per garantirle serenità ultra-mondana.

Ma dietro l’arretratezza emerge una sorta di fatalismo, quello dei contadini il cui destino dipende dalle stagioni, dal caso, dal sole e dalla quantità di pioggia che irriga i campi.

Di chi è abituato a prendere quello che i mesi portano con accettazione e pazienza. Ad accettare la siccità anche quando dovrebbe piovere, la peste che rovina il raccolto e la mancanza di soldi per comprare pesticidi o fertilizzanti.

Durante la permanenza in Kenya ho trascorso quattro giorni a Lower Subukia, un piccolo villaggio sulla striscia dell’Equatore dove i bambini popolano le strade senza asfalto in cerca di un uomo bianco che li dia dei dolci.

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“Give me a sweet”, gridano quando ti si avvicinano mentre cammini. Se sei abbastanza fortunato ti saluteranno dicendo “Mambo”, che nel loro slang significa “come va”.

I dolci a Lower Subukia costano troppo, e i piccoli sono abituati a riceverli dai volontari del posto. Anche se non ne consumano molti hanno denti pieni di carie. Uno spazzolino costa 15 kenyan scellings (15 centesimo di euro circa) e non possono permettersi nemmeno quello. Così non si lavano i denti, ma a volte vanno a farseli curare all’health centre istituito lì da i frati francescani negli anni 90.

Fra Miro, Peter e Florentin gestiscono anche una scuola e un centro per disabili.

Miro è croato e il centro per disabili si chiama “Mali Dom”, “Piccola Casa”. Ospita circa 18 bambini.

Ce n’è una con metà gamba, la cui parte artificiale deve essere sostituita continuamente perché quella sana cresce troppo velocemente.

C’è una ragazza della mia età, 27 anni, che sembra invece averne 12 e parla poco.

Molti di loro vivono su una sedia a rotelle, sono disabili mentalmente, o autistici. Come John, che emette suoni strani mentre (mi spiegano) sta lentamente perdendo la vista.

Uno dei responsabili della “Piccola casa” va a recuperare i disabili per le stradine del villaggio.

Succede che i bambini abbiano malformazioni per via degli incesti o dell’assenza di cure durante la gravidanza. Va a cercare nelle case dove molto spesso i genitori li nascondono perché considerati una vergogna. Lui li convince ad affidarli alla Piccola Casa. Se accettano spesso non torneranno più a controllare come stanno.

Anche in questo caso nei volti di bambini e volontari non c’è disperazione, ma speranza. Quella di chi va avanti insieme all’aiuto degli altri e senza troppe domande.

Quando lascio Lower Subukia è un giorno di pioggia e la macchina che mi accompagna al villaggio più vicino, Nyahururu, si trova incastrata nel fango. Ho fretta di prendere l’autobus per Nairobi, dove devo finire un compito universitario.

Scendiamo dalla macchina aspettando che Fra Miro liberi il veicolo, intorno a noi tantissimi altri fanno lo stesso.

Ancora una volta non appaiono preoccupati, ma quasi eccitati, come fosse una festa. Rimanere impantanati nel fango, bagnati, con scarpe e vestiti sporchi, per gli autoctoni è normale routine: le strade non hanno asfalto, e molti di loro non hanno una Jeep4x4. Dunque si mettono comodi e sereni, danno indicazioni al conducente e aspettano mentre le ruote girano a vuoto.

“Pole pole”, ripetono sotto il rumore della pioggia battente, ”piano piano”.

Accetto il consiglio, non mi resta che aspettare. Mentre attendo mi libero dal pensiero degli impegni e guardo le facce dei miei compagni di avventura, e insieme agli abitanti di Lower Subukia vengo pervasa da un senso di infinita gratitudine e serenità.

West-side Story

Durante le giornate di elezione del Presidente della Repubblica italiano, ho riflettuto sul tema delle illusioni collettive.

Il partito di centro sinistra si accordava su un candidato da eleggere, ma molti dei suoi membri, nell’urna segreta, votavano diversamente.

Motivi e moventi del misfatto non sono chiari, ma ho pensato a tutte quelle situazioni in cui il supporto per un comportamento diffuso in un gruppo non è altro che un’illusione: la norma sociale non piace a nessuno, ma tutti vi si conformano. E non dispongono di un’urna segreta per agire in modo contrario.

Accade spesso in gruppi caratterizzati da norme ben definite, necessarie da seguire per farvi parte: ogni membro, credendo che l’atteggiamento favorevole di tutti corrisponda a una reale preferenza, aderisce alla norma, e fa a sua volta dedurre agli altri che essa che sia accettata e gradita, anche quando non lo è.

Poichè tutti si comportano come se condividessero quanto imposto dalla norma, il suo supporto diventa effettivo. Ma la pressione sociale è frutto di un’illusione collettiva, percepita come reale perchè immaginata da tutti.

Un tale meccanismo può far si che pratiche violente o ingiuste sopravvivano nel tempo, come, secondo alcuni, è avvenuto spesso negli Stati Uniti intorno agli anni 50.

La violenza delle gangs giovanili (romanticizzata nei musicals di Broadway o in un pezzo di Santana) e la discriminazione nei confronti dei neri, erano tra i fenomeni sociali che caratterizzavano metropoli e periferie americane. Tanto da essere ancora oggi oggetto di studio.

Secondo un’analisi pubblicata nel 1964 dal sociologo e criminologo David Matza gli atti vandalistici erano spesso sgraditi a chi li compiva.

Inoltre, una serie di interviste a una gang attiva a East Harlem negli anni ’50, condotte dallo scrittore canadese David Pelt (newyorkcitygangs.com), mostra come la maggior parte dei membri non condivideva il livello di violenza imposto, ma lo dichiarava solo se interrogato in segreto.

Allo stesso modo, secondo un sondaggio condotto nel 1972, solo il 15% degli americani bianchi favoriva la segregazione razziale, eppure il 72% credeva che la maggioranza dei bianchi residenti nella propria area la supportasse. Il razzismo era la norma.

Le cause di ogni fenomeno sono molteplici, ma ciò che accomuna la gang e l’area residenziale è la mancanza di comunicazione tra i loro membri, e il timore di essere esclusi dal gruppo.

Il comportamento diffuso, poichè adottato pubblicamente, veniva percepito come naturale e inesorabile. Per paura di essere emarginato, nessuno osava contestarlo e parlare.

Qualcosa di simile avviene oggi in alcune zone del Mondo in cui vi sono regole ben definite e in genere imposte dalla tradizione e dal culto religioso, e la comunicazione su di esse è pressoché vietata.

Nelle comunità tribali dell’Africa sub-Sahariana, per esempio, cucire i genitali delle figlie appena nate è la norma per le madri. Molte di loro possono non condividere quanto imposto dalla pratica, eppure il fatto che tutte, da sempre, la adottino, previene ogni tentativo di ribellione.

A meno che una fonte esterna non stimoli il dialogo pubblico e non sveli la natura dell’adesione alla norma: non solo un codice morale o religioso, ma un comune errore cognitivo.

Come nella celebre favola de ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’, un Re nudo viene trasportato per le strade su di un carro imperiale, pubblicamente acclamato dai suoi sudditi. Tutti mostrano di apprezzarne le vesti, pur non vedendole. Ognuno crede di non vederle perchè incapace, e inferiore agli altri: come si può pensare che non esistano, se tutti quanti le ammirano a gran voce?

Per non svelare tale presunta inferiorità, ognuno si conforma al diffuso entusiasmo per gli abiti, finendo per renderli reali: mai vesti imperiali furono più osannate.

Finchè un bambino non si decise a urlare: “L’imperatore è nudo!”.

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