La linea d'ombra

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Il futuro del voto è nero

East Ham è uno dei quartieri più multiculturali del Regno Unito, dove è difficile trovare residenti di pelle bianca. Come quelli di molte altre zone dell’est di Londra, gli abitanti di East Ham sono arrivati dall’Africa o da uno dei Paesi del Commonwealth almeno 10 anni fa e ora riempiono le strade, gestiscono gli shops off-licence o le cucine dei ristoranti, puliscono le case della classe media e i negozi. Ma spesso sono oggetto di una retorica che li accusa di abusare dei benefici riservati agli inglesi o prenderne i posti di lavoro senza averne diritto.

La campagna elettorale del Regno Unito si è giocata a colpi di programmi anti-immigrazione, ma che effetto ha avuto questo sugli immigrati stessi? Ecco il mio reportage di una giornata a East Ham.

Buona lettura.

Quasi 4 milioni di cittadini inglesi di origine straniera aveva diritto al voto alle elezioni dello scorso 7 maggio. Lo dichiara uno studio del Migrants Right Network, una Ong londinese che lavora per i diritti dei migranti.

Sono arrivati in Inghilterra almeno 10 anni fa perlopiù dai Paesi del Commonwealth: il rapporto stima che quasi 800,000 di loro venga dall’India, 500,000 dal Pakistan e 235,000 dal Bangladesh.

In seguito alla residenza hanno ottenuto anche il diritto di votare, e in almeno 20 constituencies di Londra è proprio il loro voto a decidere la vittoria del candidato in Parlamento.

Molte di queste sono infatti composte da immigrati, e tradizionalmente il voto degli immigrati va ai Labour.

Nel 2010 il 68 per cento dei cittadini inglesi nati in un altro Paese ha votato per questo partito, e il trend sembra essere stato in buona parte riconfermato.

“Molti inglesi Musulmani quando vanno a votare sono influenzati dalla memoria del passato”, spiega Mohammed Amin, leader del Conservative Muslim Forum, un gruppo politico appartenente ai Tory.

“Tendono a votare labour perché nel passato il partito era più positivo nei confronti dei musulmani rispetto ai conservatori. Il Labour Party ha introdotto la legislazione che vietava discriminazioni razziali sul luogo di lavoro o nell’offerta di beni e servizi, introducendo anche il divieto di discriminazione rispetto alla fede religiosa”.

Mohammad si riferisce al Race Relations Act e alla Commissione per l’Uguaglianza di Razza (Commission for Racial Equality) istituita dal governo labour nel 1976, che si proponevano di favorire l’uguaglianza tra vari gruppi etnici soprattutto sul luogo di lavoro.

Ma secondo lo studio del Migrants Right Network “Migrant voters in the 2015 General Elections”, le tendenze di voto degli immigrati starebbero cambiando.

Quattro dei seggi persi dai labour alle ultime elezioni appartengono a circoscrizioni dove “I candidati labour non sono riusciti ad assicurarsi il voto dei ‘non bianchi’ ”, dichiara un portavoce di “Operation Black Vote”, una not for profit che si batte per la rappresentanza delle minoranze etniche in politica.

Da un lato, le nuove generazioni di immigrati nate nel Regno Unito da genitori stranieri non vedono differenza tra i due partiti di maggioranza e credono che nessuno si sforzi abbastanza per rappresentarli.

Durante la scorsa legislatura erano solo 27 i parlamentari di etnia minoritaria, e anche se nel Parlamento appena eletto saranno 42 (il 6,6 per cento in più), per riflettere l’effettiva composizione della popolazione dovrebbero essere almeno il doppio, 84.

Inoltre, la retorica anti immigrazione della campagna elettorale starebbe influenzando la percezione che gli stessi immigrati hanno dei nuovi stranieri.

Per capire come sono andata a East Ham, la circoscrizione con il più alto numero di minoranze etniche del Regno Unito, e anche il seggio laburista più sicuro di Londra.

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Dal 1979 i suoi abitanti hanno sempre eletto un parlamentare labour, e così hanno fatto ieri. Stephen Timms sarà il loro rappresentate alla House of Commons per la sesta volta consecutiva dal 1994.

A queste elezioni ha guadagnato 40,563 voti, il 7,2 per cento in più rispetto al 2010, quando già risultava il parlamentare eletto con la più alta percentuale di voti locali.

Il suo elettorato è fatto di migranti, che a East Ham rappresentano il 51 per cento.

Li aiuta ad ottenere il permesso di soggiorno, a trovare il lavoro o una casa. In cambio ottiene voti, rispetto e popolarità. Anche chi non lo conosce lo sceglie perché la maggior parte dei propri amici o familiari fa lo stesso.

Doris ha 43 anni ed è arrivata a Londra dal Ghana quando ne aveva 21.

Trascorsi 10 anni ha fatto domanda per il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Dopo altri due anni di attesa l’ha ottenuto grazie a Stephen Timms, che ha scritto per lei la lettera all’Home Office. Da allora lo ha sempre votato.

Il suo non è un caso isolato. Anche a Tottenham, quartiere conosciuto per le rivolte del 2011 contro l’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia, il labour di origine ganhese David Lammy conserva lo stesso seggio da 4 mandati grazie al voto degli stranieri.

Nella giornata elettorale Stephen Timms arriva sorridente alla sede del Municipio di East Ham durante le ultime ore di voto. E’ l’unico bianco tra lo staff del suo partito,  che conta perlopiù membri di origine indiana.

“L’intero borgo è stato definito la comunità più variegata del pianeta. E io credo che sia anche una delle più coese. I nostri cittadini provengono dall’Africa o dai Paesi del Commonwealth e parlano lingue diverse. Ma trovano un senso di appartenenza alla comunità in piccoli luoghi come la Chiesa o il centro sportivo”, dichiara Timms.

Secondo lui il clima ostile verso gli stranieri creato dall’Ukip e dai conservatori ha reso gli abitanti di East Ham un po’ nervosi, “e credo e spero che per questo continueranno a votare labour”, dice.

Ma anche a East Ham qualcuno vota Ukip.

Sammy è arrivato dalle Filippine nel 2008, ma da quando ha ottenuto la cittadinanza teme gli stranieri che arrivano per cercare lavoro come qualsiasi elettore nato nel Regno Unito.

“Chiedono un sacco di benefici, ma per colpa loro l’economia sta andando giù. Guarda invece al Giappone, lì le regole per ottenere il permesso di soggiorno sono molto più dure e il Paese va bene”. Si augura lo stesso per il Regno Unito e per questo ha votato Ukip.

Ken invece è un padre single con due figli a carico, arrivato dai Caraibi negli anni 90. Ha una casa piccola, lavora come “chef free-lance” e vota labour. Ma anche lui non ama i nuovi arrivati.

Dice: “Se non lavorassi il governo mi darebbe una casa come fa con tutti quelli che vengono qui dall’Eritrea. Gli eritrei fanno le loro ricerche e sanno che in Inghilterra possono avere benefici facilmente, per questo ci vengono senza fare niente”.

Vota labour non solo perché è il partito che “sta vicino alla classe operaia”, ma anche perché sa che il loro programma prevede tempi più lunghi per la concessione dei sussidi alla disoccupazione o alla casa agli immigrati.

Non si fida di tutti quelli che dicono di scappare alle dittature o alle guerre. Secondo lui molti lo fanno per convenienza, ma potrebbero anche restare a casa. O vivere in un altro Paese dell’Unione Europea.

“Tutti hanno bisogno di aiuto, ma anche tu devi aiutare te stesso”, conclude.

Il reportage fotografico della giornata elettorale su The Post Internazionale.

Una storia italiana

Nel 1946 la cioccolata era un bene esclusivo. Anche nella regione che pullulava di fabbriche di cioccolato, il Piemonte, in pochi potevano permettersela.

Ma un giovane pasticcere sognava una formula magica che permettesse a tutti di godere di quel piacere.

Era nato a Farigliano e possedeva un piccolo laboratorio di dolci ad Alba, nelle Langhe piemontesi, una terra dove le nocciole non mancavano mai e costavano poco anche in tempi duri come quelli del dopo guerra.

Si chiamava Pietro Ferrero.

Dopo notti insonni, in cui svegliava ripetutamente la moglie per avere un parere sulla sua nuova ricetta fatta di cioccolato e nocciole, inventò la Pasta Gianduia.

Prodotta sottoforma di pagnotte racchiuse in foglie di alluminio, era una sorta di Nutella solidificata che doveva essere tagliata con un coltello. La prima versione spalmabile, la Supercrema, arrivò qualche anno dopo.

“Era il primo marchio che permetteva alle persone di godere di dolci a un prezzo accessibile”, racconta alla Bbc il nipote di Pietro e attuale amministratore delegato dell’azienda, Giovanni Ferrero.

Il fatto che fosse spalmabile significava che una piccola quantità poteva bastare per sfamarsi, cambiando la percezione secondo cui la cioccolata doveva essere usata solo in occasioni veramente speciali o durante le feste.

Inoltre, poteva essere mangiata con il pane, uno degli alimenti principali della dieta del tempo.

Le persone che non avevano mai mangiato la cioccolata iniziarono ad abituarsi alla Supercrema e a considerare quel dolce come una trasgressione che ci si poteva concedere ogni giorno.

La Supercrema derivava da un bene di lusso e lo rendeva semplice come il pane.

Ma fu il figlio di Pietro, Michele Ferrero, a rilanciare la Supercrema nell’iconico barattolo di vetro con una nuova ricetta e un nuovo nome, la Nutella.

Una formula che poteva essere lanciata anche sul panorama internazionale. Nutella contiene la parola “nut” (nocciola in inglese) e il suffisso di molti prodotti tipici italiani, “ella”.

Come la mozzarella o la tagliatella, poteva rappresentare un prodotto italiano riconoscibile ovunque.
E non perché fosse un surrogato economico del cioccolato, ma perché diversamente da altri prodotti conteneva le nocciole, un alimento nutriente che migliorava il cioccolato.

Gli spot degli anni Settanta raffiguravano un bambino con la Nutella in mano che diceva a sua madre: “Mamma, questa ha le vitamine”, mentre nel 2008 in Gran Bretagna lo slogan della Nutella recitava: “Tutti vogliamo che i nostri bambini abbiano una colazione bilanciata”.

Grazie a questa formula, a cinquant’anni dalla sua invenzione, la Nutella è diventata un fenomeno globale: è prodotta in 11 stabilimenti presenti in 53 Paesi del mondo e rappresenta un quinto del giro d’affari del gruppo Ferrero insieme ai prodotti Kinder e ai Ferrero Rocher.

Sabato 14 febbraio Michele Ferrero è morto all’età di 89 anni nella sua casa di Montecarlo, dopo mesi di malattia. Ha diretto l’azienda dal 1949 al 1997 ed è stato artefice della sua espansione su scala globale.

Quel piccolo laboratorio di dolci delle Langhe è diventato la quarta più grande multinazionale dolciaria al mondo dopo la Nestlè, e nel 2009 si è posizionata prima tra le società con la migliore reputazione nella classifica del Reputation Institute, battendo Ikea e Walt Disney.

Su The Post Internazionale

Long Live Southbank

Arrivata a Londra la sensazione di essere al centro d’Europa provata a Bruxelles è stata rimpiazzata da quella di essere al centro della metropolitana, tra compagni di viaggio che raramente ti guardano in faccia. Impegnati a truccarsi o a fare quello che non sono riusciti a concludere altrove prima di correre verso la loro destinazione, piuttosto che incrociare il tuo sguardo preferiscono leggere l’Evening Standard, il quotidiano locale gratuito più letto sui mezzi di trasporto di Londra. Ma c’è un luogo che mi riconcilia con il resto della città: Southbank, una promenade a ridosso del Tamigi dove il ritmo si fa più lento e anche i tramonti sembrano durare di più.

Lì ho conosciuto degli skaters che si esercitano in un parco molto speciale, e ho scritto la loro storia per The Post Internazionale.

Buona lettura 

Da quando il London Eye è stato inaugurato nel 2000, l’area di Londra a sud del Tamigi è diventata un’attrazione turistica da 270 milioni di euro l’anno.

La costruzione del Millennium Bridge e la conversione di una vecchia centrale elettrica nellaTate Modern hanno fatto moltiplicare le attività commerciali di Southbank, il quartiere che si estende lungo circa 1 chilometro ospitando gallerie, teatri, negozi di souvenir, mercatini, ristoranti e caffè.

Oggi però una comunità di 150mila persone ha in parte arrestato questo processo. Sono gli skaters e gli artisti urbani del Southbank Skatepark, il più antico parco per gli skaters ufficialmente riconosciuto e ancora esistente al mondo. Popolano le piste dello spazio sottostante il Southbank Centre (il centro per le arti più grande di Europa) fin dagli anni Settanta. Indossano felpe e pantaloni larghi, scarpe da ginnastica con suole di gomma che aderiscono bene alla tavola e portano quasi sempre cappelli con la visiera. Sulle loro magliette c’è spesso un logo o una scritta. “Skate and destory, skate or die. Skateboarding is not a crime”. Così come sui loro tatuaggi.

Ma quando a marzo del 2013 è stata annunciata la trasformazione dello skatepark in un’area commerciale di ristoranti e negozi, le scritte sulle loro braccia sono cambiate e le loro magliette hanno iniziato a riportare un nuovo slogan: “Long live Southbank”. È questo il nome della campagna con cui gli skaters si sono opposti a un progetto da 152 milioni di euro.

Ben Stewart ha 21 anni, è uno skater e anche uno dei fotografi ufficiali della campagna. Parla scandendo le parole con tono deciso, e muove tutto il corpo come fosse sullo skate. Quando si è recato per la prima volta allo Skatepark aveva 12 anni. Non c’era uno spazio del genere nel comune a sudest di Londra dove è nato e cresciuto, a Bexley.

Lo skatepark è uno spazio aperto a pochi metri dal Tamigi. Ci sono piste per skateboard e motocross, e una ringhiera dove chi cammina sulla riva si affaccia a guardare. È coperto al di sopra da una delle sale del Southank Centre, motivo per cui negli anni Settanta fu il naturale luogo di nascita dello skateboarding in Gran Bretagna. La pioggia di Londra non era adatta a uno sport importato dalla California, e la copertura offerta dal Southbank Centre era l’ideale per gli skaters.

“È lo skateboarding che mi ha fatto avvicinare alla macchina fotografica”, spiega Ben, che oggi studia fotografia alla University of East London. “Venivo qui ma quando tornavo a casa volevo mostrare ai miei amici lo skatepark e quello che questi ragazzi stavano facendo. Allora ho iniziato a fotografarli”.

Da quando il piano di ristrutturazione è stato annunciato, Ben e i membri del Long Live Southbank hanno posizionato un tavolo di fronte alla ringhiera e hanno cominciato a fermare i passanti per raccontare loro quello che stava per succedere, invitandoli a donare fondi per la campagna e a firmare una petizione che chiedeva al parlamento di Westminster di bloccare il nuovo sviluppo del parco. “You can’t move history”, è un altro dei loro slogan.

Hanno bussato alle porte dei cittadini della Southbank e delle associazioni più importanti della città. Lo scorso settembre hanno prodotto un report di 120 pagine che conteneva foto e ricerche sul valore storico, artistico e culturale dello spazio urbano. Lo hanno distribuito manualmente a più di 150 istituzioni, tra cui il parlamento, l’ufficio del sindaco Boris Johnson, la sede del quotidiano The Guardian e l’ambasciata degli Stati Uniti.

A giugno la parlamentare laburista Kate Holey ha portato a Westimnster una petizione contro il progetto firmata da 40mila persone. Il comune di Lambeth (dove si sviluppa il centro) ha ricevuto più di 27mila “lettere individuali di obiezone” che chiedevano di non finanziare il piano, diventato così il più impopolare della storia. Anche il sindaco si è espresso in favore degli skaters, e ha definito il parco “l’epicentro dello skateboarding in Gran Bretagna e parte della fabbrica culturale di Londra”.

Il 18 settembre scorso, dopo 18 mesi di campagna, gli attivisti hanno annunciato sul loro blog di aver raggiunto un accordo vincolante con il Southbank Centre, che assicura agli skaters la sopravvivenza di quella che da più di 40 anni è la loro casa.

Per Tomak, skater polacco di 27 anni, Long Live Southbank non è stata la vittoria degli skaters contro le autorità, ma di tutti i cittadini di Londra, che hanno salvato uno spazio che appartiene a tutti. “Long Live Southbank non è stata una guerra”, dice.

Ma alcuni l’hanno definita una vittoria vuota. Lo schema di sviluppo del Southbank Centre prevedeva la ristrutturazione di una delle sue sale concerti (la Queen Elizabeth Hall), della sua galleria d’arte, l’Hayward Gallery, e la costruzione di negozi e ristoranti al posto dello skatepark, che si sarebbe dovuto spostare 120 metri più a sud. Le nuove attività commerciali avrebbero creato 700 nuovi posti di lavoro e le entrate generate avrebbero finanziato un terzo del costo totale del progetto.

Secondo Ricky Burdett, direttore del London School of Economics Cities programme, che studia come i cittadini interagiscono con lo spazio urbano a loro disposizione, il fatto che gli skaters si esercitino in un luogo aperto al pubblico fa sì che sia di tutti. “Le attività degli skaters non sono una esercitazione privata che riguarda solo alcuni, ma l’intera comunità. Il fatto che appaia così com’è e che da 40 anni ci passino ogni giorno 1.000 persone circa è esattamente il suo fascino”.

Long Live Southbank è diventato un esempio unico di protesta per la rivendicazione di uno spazio pubblico che non ha conosciuto scontri e violenza.

Birce Bora è una giornalista turca, corrispondente dell’Hurriyet a Londra. Più di un anno fa ha partecipato alle rivolte per la difesa di Gezi Park. “A Istanbul stavano manifestando per una causa simile, anche lì volevano costruire attività commerciali al posto di un parco. Ma quello di Piazza Taksim è stato un movimento totalmente diverso. Lì la polizia ci lanciava i gas lacrimogeni, e noi manifestavamo per il diritto stesso di protestare”, dice. “Qui il sindaco ha mandato una lettera di supporto alla campagna. Avere la possibilità di muoversi e parlare con le autorità come hanno fatto gli skaters di Londra è un sogno per me e per tutti quelli che sono rimasti feriti a piazza Taksim”, conclude.

Italian cricket club

A febbraio di quest’anno ho incontrato Yoahn. Sulle panchine di piazza dell’Immacolata a San Lorenzo, a Roma, mi ha raccontato di lui e della sua passione per il cricket. 

La storia di Yoahn è stata scritta per The Post Internazionale e lì pubblicata il primo Maggio scorso.

Buona lettura. 

Yoahn è nato a Roma 16 anni fa. È alto e slanciato, ha le mani lunghe e affusolate, gli occhi molto scuri. Mentre parla gesticola lentamente. Sorride spesso; le fossette gli scavano il viso.

I suoi genitori hanno lasciato lo Sri Lanka alla fine degli anni Ottanta per emigrare in Italia. Oggi vivono a Torre Angela, un quartiere di Roma. Yoahn è iscritto alla International Christian Academy, dove studia l’inglese e la religione cattolica. Fuori dalla classe parla romano e si sente di Roma. Una volta ogni mese si reca al tempio buddista.

Yoahn è uno degli oltre quattro milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia, secondo l’ultimo rapporto Caritas Migrantes del 2013 (quasi 4,4 milioni per l’esattezza). Una fetta significante della popolazione totale – il 5 per cento – che l’Italia si è però spesso mostrata impreparata ad accogliere.

Secondo l’ultima indagine LaST del Profossore Daniele Marini dell’Università di Padova, 1 italiano su 3 considera gli immigrati ancora un pericolo e una minaccia per il paese, più per paura che per altro. L’Italia è tra i paesi meno progressisti o sviluppatisi in questo senso, pur essendo strategicamente posizionata nel Mediterraneo ed essendo stata capace in passato di offrire un impiego a chi altrove non aveva sbocchi di lavoro.

Sulla base di queste premesse, non sorprende che un piccolo sport di nicchia, perlopiù ancora sconosciuto in Italia ma non nel resto del mondo, stia gradualmente offrendo una possibilità concreta di integrazione a quegli immigrati che, come Yoahn, per richiedere la cittadinanza in Italia devono aspettare i 18 anni di età.

Al contrario, i giocatori di cricket nati in Italia da genitori stranieri possono rappresentare la nazionale italiana anche se non hanno la cittadinanza o se vi risiedono da almeno 7 anni (o da 4 se vogliono giocare nella formazione giovanile). I figli degli immigrati che sono nati in Italia, almeno sul campo da cricket, vengono considerati italiani molto prima della legge italiana.

È così dal 2003, quando la Federazione italiana di cricket è stato il primo organismo sportivo a riconoscere parità di diritti ai suoi atleti in base alla nascita, anticipando ciò che dovrebbe avvenire in politica e catapultando il dibattito sull’immigrazione in Italia fuori dal campo, ai vertici dell’agenda politica.

Il processo messo in moto in Italia dal secondo sport più praticato al mondo potrebbe definirsi di “auto-integrazione culturale”; questo non sta solamente facilitando l’assimilazione degli stranieri all’interno della società italiana, tanto formalmente quanto nella vita di tutti i giorni, ma sta anche superando i limiti della burocrazia.

D’altra parte, quelle del cricket sono le regole di uno sport nato in un paese, la Gran Bretagna, dove in epoca imperiale l’appartenenza alla nazione non dipendeva, come oggi in Italia, dai legami di sangue ma da dove si nasceva e si viveva. Dallo ius soli, insomma.

Oggi la nazionale italiana è composta da giocatori italiani, ma anche da oriundi australiani e sud africani, oltre a srilankesi, e pachistani naturalizzati italiani. Proprio come avvenne con il rugby circa 25 anni fa, oriundi e immigrati rappresentano l’Italia del cricket, ne cantano l’inno e competono nei tornei internazionali. La scorsa estate la Nazionale ha vinto i campionati europei, mostrando il successo di un esperimento sociale in cui italiani e immigrati di diverse nazionalità “abitano insieme dando per scontato che lo si possa fare a prescindere da cultura, etnia e religione”, racconta Simone Gambino, presidente della Federazione Cricket Italiana.

Secondo Gambino, oggi il cricket è il simbolo più forte della lotta per l’adeguamento della legge sulla cittadinanza in Italia, partendo da un ampliamento dello ius soli. “Ma questa – aggiunge – è una cosa bellissima per il cricket e allo stesso tempo tristissima per l’Italia, che ha bisogno di uno sport ancora di nicchia per progredire e adattarsi ai cambiamenti del mondo globale. Negli altri paesi dell’Unione Europea, come Francia, Germania e Regno Unito, le leggi sulla cittadinanza sono più evolute, con una interpretazione più ampia dello ius soli, e tempi molto più ristretti per ottenere la cittadinanza, una volta istradata la pratica, rispetto a quelli della burocrazia italiana.”

Yohan il cricket lo conosce da sempre, da quando cioè i suoi genitori gliene hanno parlato e lo hanno fatto crescere a suon di mazze da legno e wicket. A Roma, quando all’età di 10 anni ha iniziato a giocare al Capannelle, si è sentito subito a casa. Qui ha incontrato suoi coetanei che come lui avevano iniziato a praticare lo sport per tradizione familiare e perché nei rispettivi paesi d’origine il cricket è lo sport nazionale, “proprio come il calcio in Italia”, racconta Yohan.

Sul campo da cricket Yohan ha imparato l’importanza del rispetto per il prossimo, a prescindere dal colore della maglia, della pelle o della razza. “Se un battitore si fa eliminare per fair play, quando esce dal campo lo si applaudisce e gli si stringe la mano. Dopo la partita le squadre, che in campo sono avversarie, fanno il terzo tempo e mangiano e bevono insieme”.

Kelum Perera è il tecnico della nazionale italiana giovanile nonché membro del Consiglio Nazionale del Coni. Il cricket, racconta, “non è solo uno sport, ma uno spirito e uno stile di vita. Fondato sul fair play, sulla tolleranza, sul rispetto, e su regole ben precise”.

Quelle tramandate più di un secolo fa dal Regno di Sua Maestà alle colonie britanniche nel mondo. Le popolazioni sottomesse usavano le mazze come simbolo di riscatto verso gli inglesi: avere la possibilità di battersi contro la squadra dei colonizzatori, e vincerla, rendeva per un attimo tutti uguali.

Succedeva così nel 1877, quando durante lo storico incontro degli Ashes, per la prima volta la potenza inglese veniva sconfitta sul campo da una delle sue colonie, l’Australia.

Succede allo stesso modo anche oggi quando le squadre che a fine partita mangiano insieme sono composte da singalesi e tamil, due gruppi etnici che in Sri Lanka hanno combattuto una sanguinosa guerra civile fino al 2009.

Oggi, tra i campionati della federazione, altri tornei e chi lo gioca nei parchi, sono circa 20,000 i giocatori di cricket in Italia. Ma la composizione talvolta mono-etnica delle squadre del campionato (soprattutto in Serie C, dove non c’è limite del numero di stranieri in campo) e l’introduzione stessa della cittadinanza sportiva – che permette di far giocare in nazionale molti più atleti stranieri che italiani, i quali giocano a cricket in percentuale minore e spesso sono anche “meno forti” – secondo alcuni ha limitato le possibilità di integrazione tra autoctoni e immigrati, con o senza passaporto. Questi ultimi giocano a cricket mentre gli italiani continuano a preferire il calcio.

Il cricket è forse “il gioco dei nuovi italiani”? Così lo definiscono Giacomo Fasola, Ilario Lombardo e Francesco Moscatelli nel loro libro “Italian cricket club, il gioco dei nuovi italiani”, un viaggio per l’Italia multietnica dai cortili di Palermo ai parchi di Brescia, in cui gli immigrati del sud est asiatico sono impiegati nei settori più redditizi dell’economia italiana.

I bengalesi di Venezia lavorano nei cantieri navali come fossero a Chittagong, in Bangladesh, dove la demolizione di navi è uno dei motori principali dell’economia, e dove hanno imparato a usare gli idranti prima di emigrare negli altri cantieri del mondo globalizzato. Nei fine settimana passano il loro tempo libero a giocare a cricket con il Venezia, che ha fatto conoscere la comunità bengalese al resto degli abitanti attraverso la cronaca sportiva locale.

Ma i nuovi italiani sono anche i sikh di Reggio Emilia. Festeggiano il Vaisakhi (la festa più importante per la loro comunità religiosa) per le strade della città e di sera giocano a cricket nei parchi comunali. Durante la settimana allevano le mucche per fare il parmigiano Reggiano con la cura di chi le considera sacre, contribuendo allo sviluppo di uno dei settori più importanti per l’economia dell’Emilia, quello agroalimentare.

Per Ilario Lombardo questo dimostra come gli immigrati siano una risorsa per l’Italia, che però è ancora troppo chiusa, inesperta e provinciale per accorgersene.

“Sfiorata dal fenomeno dell’immigrazione senza esserne investita e impreparata a livello culturale, l’Italia non è abbastanza matura nemmeno per dirsi razzista, ma è se mai incapace di riconoscere il valore degli immigrati”, dice Lombardo.

A beneficiare degli stranieri, invece, è uno sport, il cricket, che oggi più che mai diventa metafora dell’Italia del futuro e del dibattito sul diritto alla cittadinanza, in cui italiano è chi cresce nella cultura del paese e contribuisce al suo sviluppo. A prescindere dall’etnia o dalla razza.

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