Teranga

E’ la prima volta che scrivo da quando sono a Dakar. 

Sono avvolta dall’armonia dei muezzin e di altri canti religiosi, tra case basse e qualche costruzione più alta che avanza in cemento e argilla.

Mi sono da poco trasferita in una casa circondata da un unico lungo balcone, dove la vista a perdita d’occhio sulla distesa di case e alberi ci consola dalla bassa pressione e le docce con secchielli e bacinelle. Non mi sento mai troppo pulita, non c’è un divano o una tv, nella mia stanza non smetto di guardare l’orizzonte e i cinque lunghi minareti di una maestosa moschea in costruzione che spezzano il cielo per il resto indisturbato. Non ho internet e guardo quello che c’è sul computer: video di capoeira passati da una fiamma locale spentasi lentamente, film lasciati da una compagna di viaggio partita troppo presto. Le cose arrivano e finiscono per cause naturali o di forza maggiore.

Quello a cui ci si attacca parte, svanisce, si affievolisce, finisce. Qualcosa torna all’improvviso e quando meno te l’aspetti, è la fiamma che arde lenta e che ogni tanto riprende fiato e vigore grazie a una piccola scintilla. E poi di nuovo.

Sono nell’Africa in versione metropolitana, dove i luoghi sono non luoghi e non hanno troppa storia, non perché questa non esista, ma perché in posti diversi, nelle persone e nelle loro usanze, nei loro stili di vita, credenze, lingue e tradizioni.

Gli stili coesistono e convivono in un misto di progresso e arretratezza, fede profonda e emancipazione da Dio, spiritualità e concretezza, semplicità e fame di soldi. I ragazzini di Dakar sfrecciano sulle moto con bomberini a vento anche quando ci sono 20 gradi, i bambini chiedono l’elemosina con serietà, rigore e sfrontatezza. I montoni circondano gli isolati belando e le signore sono eleganti e giovani anche a 80 anni, portano colori vivaci e abiti di stoffa fosforescente che mettono in risalto i denti e le iridi bianche. Anche quando si ritrovano a dover portare grossi pesi sulla testa, lo fanno con eleganza, come se la bombola del gas da cambiare o la pila di materassi piazzati sul capo fossero solo degli accessori utili a farle sfilare meglio. I fisici sono temprati dall’abitudine e dalla pratica. Fin da piccole si sono cimentate a pulire le scale o i pavimenti con tutto il corpo, hanno imparato a piegare la schiena il più possibile per raggiungere il suolo senza flettere le ginocchia, e a sopportare i pesi rafforzando le spalle. 

Intanto gli uomini praticano sport sulla corniche, il lungomare della città.

Una distesa di attrezzi popola la costa, una palestra a cielo aperto dove giovani atleti o aspiranti calciatori corrono e si allenano a quasi tutte le ore del giorno, ma soprattutto di sera, all’imbrunire, mentre la palla di fuoco sparisce in due minuti dietro l’acqua e lascia una scia rosa aleggiare sul mare. I corridori sembrano dei soldatini che si muovono in fila indiana avanti e indietro al fianco delle onde dell’Oceano. Alcuni si spingono fino alla spiaggia e passano ore a fare esercizi, e a camminare sulle ginocchia insabbiate assumendo pose ridicole e strane. Hanno fisici scolpiti, pelle soda e muscoli ben definiti in ogni parte del corpo.

Le geep bianche li sfrecciano accanto non curanti, sono il simbolo delle missioni umanitarie, della agenzie di sviluppo che manovrano milioni di euro per portare loro un po’ di  benessere. Una missione importante, che forse per questo non li lascia il tempo di soffermarsi a guardare.

Osservo questa immensa diversità e convivenza di tempi, stili di vita e culture e mi dico che è proprio vero, il Senegal è il paese della teranga (accoglienza), perché a Dakar c’è posto per tutti.