Ritratti

Max 

Max era il guardiano della spiagga, Plage des Mamelles, chiamata così perché giaceva ai piedi delle due colline di Dakar, vulcani inattivi che dominavano la costa a poca distanza l’uno dall’altra come i seni di una donna. Era uno stabilimento hippie fatto di sassi colorati e pupazzi di frutti di calebasse. C’erano busti di donna ricavati da taniche di acqua, che i passanti si divertivano a vestire dei loro costumi dismessi, di occhiali da sole o altri cimeli che volevano lasciare in spiaggia. Io avevo lasciato il mio ukulele rotto che avevano riparato con il filo di una rete di pescatori per farne una corda .

Altri accessori erano stati scordati da qualche passante e riciclati da Max per dare vita alle sue maschere. Magliette, ciondoli, vecchie macchine fotografiche, foulard, cappelli e tubi di gomma.

Max ci lavorava quasi ogni giorno con professionalità artigianale. Prendeva delle taniche, si sedeva da qualche parte con lo sguardo verso il mare, le distruggeva e poi ne creava dei volti. I manici diventavano dei nasi lunghi e i beccucci delle piccole bocche. Bocche aperte, stupite, impaurite. Alcune erano divertenti, altre inquietanti.

Si aggirava tra di loro per tutto il giorno, con i lembi della camicia al vento che gli facevano da mantello. Spesso indossava grandi occhiali da sole ed era impossibile penetrarne lo sguardo, ma aveva un sorriso grande e smagliante che smorzava quell’aria di mistero. Assomigliava a Will Smith.

Di giorno portava lunghi cappelli con pon pon, tipici della confraternita dei bye fall, di cui diceva di non far parte ma al cui stile aderiva. Dreads, pantaloni colorati, maglie larghe di Bob Marley e cappelli di lana anche in piena estate. Qualcuno lo chiamava il Babbo Natale del Senegal. Di sera si toglieva il cappello e tornava a essere se stesso, diceva, Maguette, il suo vero nome senegalese.

“Je ne suis pas bye fall, je ne suis pas musulman, je ne suis pas chrétiene, pas sénégalais.. Je suis terriere” (non sono bye fall, non sono musulmano, non sono cristiano, non sono senegalese.. io sono terriero), diceva.

Si sentiva essere umano, abitante della terra nel senso fisico del termine, perché vivendo in spiaggia faceva della natura casa sua. L’Oceano era il suo cortile, la sabbia il suo materasso, la luna la sua luce notturna e le stelle il suo abat-jour. Il faro lo sorvegliava di notte mentre le onde del mare gli cantavano la ninna nanna. Si svegliava insieme al sole e si addormentava al buio. Era la natura a dettare i suoi ritmi. Si bagnava solo all’alba quando nessuno poteva vederlo, durante il resto del giorno il mare lo sorvegliava e basta, ma sapeva che di sera sarebbero tornati insieme. Era la sua donna, “ma femme”, la chiamava. Era lei che possessiva e gelosa non gli permetteva di lasciare la spiaggia.

Infatti usciva raramente. Restava li e aspettava che fosse il resto del mondo ad andarlo a trovare. Per questo lo chiamavo Novecento.

Come il protagonista del romanzo, anche lui conosceva il mondo senza esplorarlo di persona, ma attraverso i racconti degli ospiti di passaggio, che gli parlavano di quello che avevano fatto la sera prima, dei loro viaggi passati o futuri o del luogo da cui provenivano. La maggior parte da Francia, Olanda o Italia. E poi maliani, gambiani, canadesi, americani, tunisini, marocchini, israeliani, libanesi, russi.

Lui era stato ad Amsterdam per brevi periodi di tempo, a Barcellona e a Disneyland Paris, dove le giostre e l’atmosfera incantata gli avevano fatto scordare di visitare la città. Aveva un lato sognante e infantile che spuntava quando progettava di costruire uno scivolo per arrivare in spiaggia dalla cima della collina.

Non smetteva di pianificare pur sapendo che il suo stabilimento era minacciato dalla imminente costruzione di un impianto per dessalare il mare, la cui stazione di pompaggio sarebbe stata piazzata al posto della spiaggia determinandone la chiusura temporanea.

Grazie al progetto deciso dal governo di Macky Sall e finanziato in parte da quello del Giappone, l’acqua del mare sottostante sarebbe stata inquinata dagli scarichi dei tubi, e i pesci sarebbero morti sottraendo risorse ai pescatori e a tutta la popolazione di Ouakam, il quartiere più antico di Dakar che sovrasta le Mammelle e ospita l’unica etnia autoctona della città, quella dei Lebou.

Era da mesi che in spiaggia si organizzavano mobilitazioni, concerti e comizi per battersi contro il progetto, ma non facevano abbastanza rumore da infastidire i politici o minacciare seriamente il piano. Pochi cittadini ne conoscevano l’esistenza, e alcuni credevano alla propaganda, che sosteneva che l’impianto fosse l’unico modo per portare acqua potabile al quartiere. Secondo i detrattori del progetto, il problema della carenza di acqua non era dato dalla sua mancanza effettiva, ma dalle antiche tubature della zona che non riuscivano a pompare acqua ai secondi o terzi piani delle palazzine. Inoltre Ouakam era già dotata di un impianto.

Secondo Max la popolazione non avrebbe realizzato quello che stava per succedere fino a poco prima dell’inizio dei lavori, quando si sarebbe svegliata e rivoltata con armi che reputava più efficaci: la violenza.

La nostra era una rivolta occidentale, pacifica, di un manico di bianchi esaltati e abituati a protestare e pensare che organizzare qualcosa contro le decisioni imposte potesse avere un effetto. Uno stile che solo Max e pochi altri locali avevano adottato, ma che non ero convinta fosse adatto al contesto. Mentre on line si faceva girare una petizione che aveva raggiunto quasi 1000 firme, i vicini dello stabilimento, che favorivano il piano perché in cambio dell’abbandono della spiaggia avrebbero avuto un risarcimento di 4.000 euro circa, ogni tanto si divertivano a incendiare i nostri gazebo, per gelosia e paura che la mobilitazione potesse effettivamente bloccare la costruzione dell’impianto e non farli guadagnare quella somma.

Che però non era abbastanza per Max e per chi come lui amava l’arte, la natura, il mare e la spiaggia, e la abitava con rispetto e ammirazione.

Una sera durante una jam session con gli italiani presenti avevamo trasformato il ritornello di “Bella ciao” in “Les Mamelles ne touchez pas” (non toccate le Mammelle), il motto ufficiale della mobilitazione, che i senegalesi avevano apprezzato perché era riuscita a dare un suono al loro animo di rivolta. Avevamo anche cantato Zombie, dei Cramberries, da cui Max era stato rapito perché si sposava con lo spirito ultra terreno delle sue maschere, che simboleggiavano chissà quali fantasmi.

Nelle serate più intime, restavamo in silenzio. La malinconia per la possibile fine di Mamelles ci attraversava, e sentivamo di doverne godere fino a quando si poteva.

Di notte si dormiva fuori o in tenda, accompagnati dal caldo e dalle zanzare. Al risveglio si vedevano le piroghe partite per pescare galleggiare all’orizzonte sbattute dalle onde. Maguette si faceva il bagno con “sa femme”. Spogliato da abiti e maschere era un simpatico uomo di mare.

Anna

Anna ha cinque anni e voglio darle tutto quello che ho.

La intravedo la prima volta tra le fessure verdi della serranda della porta di casa, a cui bussa timida e eccitata.

La porta da su una piccola corte condivisa da cinque famiglie, ognuna abitante di una palazzina che si estende in altezza su quattro o cinque piani a seconda dei permessi ottenuti o violati.

Lei arriva da un’altra strada della città vecchia, che abita selvaggiamente da quando è nata come fosse una scimmia, correndo e districandosi tra i vicoli stretti con gli altri bambini senza conoscere ostacoli ne sosta.

Anche il nostro cortile fa parte della giungla e per abitarla a pieno bisogna familiarizzare con noi, i nuovi arrivati, la famiglia con il gatto.

Esita un poco sull’uscio , spia attraverso le fessure inclinando la testa, aspetta curiosa.

E’ spigliata. “E il gatto?” Ci domanda. Sissi è il gatto oggetto del desiderio di tutti i bambini che come lei non hanno un animale domestico e quasi ogni pomeriggio si recano in pellegrinaggio per giocarci e eventualmente ottenere una merenda o una bevanda fresca. Le piace accarezzarlo ma non sa bene come si fa, allora lo guarda contenta, nuovo abitante della fauna della città vecchia, dove più che giocare con i gatti si lavano le scale.

Anna lava anche la strada di fronte casa, fa i piatti, aiuta la madre in tutte le faccende mentre il fratello, maschio di 16 anni, non fa niente “Perchè è maschio”, spiega.

Qualche volta le da mazzate “Io gli ho detto che sono piccola e non puo’ mettersi con una di cinque anni, ma a lui non interessa!”.

Allora scappa.

La nostra casa e il cortile diventano il suo rifugio. Il salottino è un diversivo alla consuetudine sciatta e violenta della strada.

Prende ogni giorno più confidenza fino a quando l’esitazione iniziale non si trasforma in determinazione. Pretende di fare come le pare, citofona e urla fino a quando qualcuno non le apre. Anche io dopo pochi giorni sento che è una di casa e le urlo a mia volta dalla finestra di aspettare.

Non sa parlare bene e quando cerca di raccontare qualcosa usa le mani per farsi venire le parole. Per dire “schiacciare” sbatte forte le mani l’una contro l’altra. Tutti gli insetti sono mosche. Cerca di spiegare cosa fa durante il giorno ma a un certo punto si stanca, spalanca gli occhi, apre le mani e la bocca in segno di resa.

Oppure si aiuta con le mani, gesticola come una donna fatta, usa espressioni dialettali per farsi grande, a volte ci riesce. Oppure ancora ripete sicura l’espressione che le hai appena suggerito come fosse sua, nascondendo la timidezza con un piccolo sorriso.

Quando non sa come ribattere a quello che le hai raccontato domanda perché, e insiste fino a quando non glielo dici: “Beh e dì perchè!”.

Osserva gli oggetti come fossero preziosi, dalla presina di gomma per aprire il forno a block notes colorati al porta sapone del bagno, vuole che le regali qualcosa. Non posso, allora le offro una pesca, che mangia soddisfatta anche quando non le va più.

Inizia a sentirsi a suo agio e ad abitare il salotto con più confidenza, e pensa subito di dover approfittare di quella nuova condizione.

Chiude la porta a chiave per essere sicura di non essere trovata e pretende che anche io la aiuti a barricarci in casa. Non ne vuole sapere del mondo fuori e mi tratta come se da me potesse ottenere tutto, a urlarmi contro senza vergogna. “Ti ho detto che devi chiudere la tendina! Ti ho detto che si fa così!”.

“Sei tutta rossa! Ti sei bruciata per il sole! Che schifo! Fatti la doccia!” mi dice. Fa la pazza.

“Anna ora devi andare perchè devo uscire”

“Posso venire con te?”

“No.”

“E perchè?”

“Perchè è lontano.”

“Perchè?”

“Non lo so, è lontanto”

“E perché?”.

Scappa di nuovo. Corre come se avesse saputo dall’inizio che prima o poi l’incanto sarebbe finito, consapevole di star forzando le regole del gioco venendo meno alla strada. Dove saranno gli altri bambini?

Il giorno dopo cammino verso casa nell’orario in cui di solito Anna bussa alla porta.

Appena mi vede fa un cenno con la mano da lontano, ma senza avvicinarsi.

“A, bi, cci, ddi, e, effe, gi, acca, i, elle, emme, enne, o, pi, q, erre, esse, ti, u, vi, zeta!”.

Grida in cerchio insieme agli altri bambini e quando le passo accanto sembra alzare la voce per farmi vedere che anche lei ha altro da fare. Forse si vergogna di nuovo, o forse una volta conquistatone il terreno, la corte già non le importa più.

Tre anni e mezzo fa sono capitata in Via Antonelli n°3, in una casa che è stata per me luogo di incontri e fonte di ispirazione, dimora dell’anima ma soprattutto della mente e della creatività.

Ora che la sto lasciando vorrei raccontarla. Per farlo ho deciso di dipingere i ritratti delle persone che ci ho trovato dentro.

Fabiana

Fabiana parlava lentamente. Quando non parlava, agghindava la tavola, preparava qualcosa da mangiare, faceva ordine, usava le mani. Curava se stessa e l’ambiente che le stava intorno con attenzione e piacere. I suoi gesti erano lenti e precisi, i suoi arti lunghi, i suoi movimenti musicali. Teneva alla bellezza, e per questo aveva scelto Roma.

Venezuelana cresciuta a Caracas e nata a San Diego, aveva dentro sé influssi europei per le origini polacche del padre, la formazione scolastica di un liceo tedesco e periodi di tempo già trascorsi in Europa. Studiava architettura.

Nei miei primi mesi di Via Antonelli mi sorrideva quando ci incrociavamo per caso e di sfuggita tra le camere adiacenti o all’ingresso, e a volte ridacchiava come se stesse nascondendo qualcosa.

Forse si stava innamorando o forse era già innamorata. Forse dell’Italia, Paese di un sud diverso dal suo ma pur sempre del sud, in cui partiva dalle somiglianze per godere delle differenze.

Ma non si accontentava di vedere, farsi portare, farsi mostrare, o di sedere ai sedili posteriori di una macchina. Doveva imparare la strada che portava in un posto per poi suggerirla al conducente la volta dopo, quando gli sarebbe stata a fianco, cambiando stazione radio, scegliendo un cd o mettendo il proprio.

Io quasi usufruivo della sua tendenza a decidere e fare, perché da parte mia non desideravo altro che farmi portare (curare, assistere e accudire).

Godevo di arepas cucinate con la arina pan trovata ai mercati di Piazza Vittorio e riempite di salumi o queso llanero arrivato direttamente dal Venezuela, di musica funk o della spiegazione di progetti architettonici.

Ciò che più mi affascinava dei suoi modellini erano le rampe di scale: quelle che conducevano da un centro ricreativo che sorgeva su un porto fino all’acqua, o il semplice accesso a una casa. Non erano ripide ma quasi pianeggianti e avevano sempre una forma ondulata. In genere erano fatte con fogli di legno chiaro e leggero e contenute in scatole di scarpe.

Una volta per superficiali associazioni le dissi che il suo progetto mi faceva pensare a Le Corbusier. “Come mai conosci Le Corbusier?” , mi chiese. E poi me ne parlò. Presto mi avrebbe condotta al Maxxi a una mostra di Luigi Moretti e mostrato il palazzo progettato da lui negli anni ’30 su Viale Bruno Buozzi, poco lontano da casa nostra, da dove ero passata tante volte senza far caso alle pareti laterali inclinate, alla curva disegnata dal soffitto dell’ultimo piano o alle scale centrali che tagliavano in due il palazzo.

Quando ero io a condividere qualcosa con lei si ritrovava di sabato sera a guardare film di Moretti regista, o di immigrati che dal nord Africa attraversavano il Mediterraneo per raggiungere la Sicilia. Ma cercava di non mostrarsi troppo annoiata.

La mattina della mia laurea, mentre ascoltavo una melodia araba quasi senza parole, mi disse “Ma basta! Ma metti Fela Kuti!”, poi iniziava a ballare, piegava le ginocchia, sventolava le braccia e respirava, imitando lo stretching che ero solita fare mentre raccontavo qualcosa.

Lo stretching in cucina divenne uno dei nostri modi di stare insieme, dopo pranzo o a tempo perso. Il ballo era un modo di impiegare il tempo, non complementare a qualche altra attività o marginale durante una cena o una serata, ma l’attività principale. Passavamo ore in salotto ballando, a volte con altri venezuelani, con cui per affini sensibilità musicali non mi sentivo quasi mai straniera.

Quando andammo a vedere il film su Pina Bausch era la sera prima del mio 23 esimo compleanno. Ci ritrovammo a percorrere Via Antonelli sventolando cappelli e muovendoci a rallentatore canticchiando Lillies of the Valley come se fossimo in una scena di Wim Wenders.

Un’altra volta tornammo a casa alle nove di mattina sul bus Fiumicino-Termini senza che fossimo atterrate da nessuna parte e senza valigie, ma solo con i vestiti della sera prima e delle borsette a tracolla.

Ha lasciato la casa mille volte senza mai lasciarla, tornando dopo poco per l’ennesima ultima volta. Quella ufficiale è stata a giugno dell’anno scorso, ma ci vedemmo dopo qualche mese a Lisbona.

La ritrovai sotto un grande lampadario di vetro, nella reception dell’ostello che avevamo prenotato, parlando al telefono vicino alla finestra. Le onde grigie e bianche disegnate sul pavimento di Piazza del Rossio, su cui la finestra affacciava, sembravano quelle delle rampe di scale dei suoi modelli.

Vedemmo le onde vere dell’Oceano sulla spiaggia di Matousinhos e conoscemmo un giapponese che suonava il fado. Si chiamava Teppi.

Vicino alla spiaggia mi condusse all’installazione di Janet Echelman, artista americana, che sorgeva su di una rotonda. Era una sorta di cupola rossa aerodinamica fatta di rete, con le pareti che cambiavano forma insieme al vento. Ci sdraiammo sul prato sottostante, insonorizzato nonostante le macchine che passavano intorno. Ballando e scattando foto tra l’odore del mare e la brezza del vento era finito il tempo di portare o farsi portare ed era arrivato quello di andare. 

Prequel: Il giorno prima della felicità

Caroline

Caroline fu la prima a farmi capire come funzionavano le cose in Via Antonelli. Non c’erano regole e la casa si basava su una coordinazione spontanea che a volte funzionava, altre falliva miseramente.

Lei la governava in silenzio, dall’angolo della sua camera, che affaciandosi sul salotto le garantiva il controllo di quella zona.

Da lì poi si espandeva e marcava gli altri territori (bagni e cucina) con trucchi, libri di letteratura, guide turistiche sull’Italia e bustine di thè.

Aveva quasi trent’anni, veniva da Ulverston, cittadina inglese della contea di Cumbria famosa per aver dato i natali a uno dei due attori di Stanlio e Olio, e viveva a Roma da circa sei anni. Faceva la giornalista ma molto spesso dava ripetizioni private di inglese ai bambini.

Trascorreva molto tempo in casa e appariva sempre distratta.

Quando si spostava da una stanza all’altra sembrava destreggiarsi tra  quei pensieri che tanto la tenevano lontana da ciò che accadeva intorno.

Non parlava troppo ma aveva alcuni argomenti e interessi precisi (Roma, viaggi, letteratura, Roma, trucchi, vestiti) che intercettava nelle conversazioni, a cui a quel punto decideva di partecipare.

Quando invece decideva di uscire si preparava bene, truccandosi perfettamente e ancor prima di vestirsi.

Una volta mi spiegò che è così che bisogna fare, per adattare l’abbigliamento alle tonalità del viso. Il suo sembrava fatto di porcellana. Pelle bianca ricoperta da strati di creme che la immobilizzavano e rendevano liscia e lucida, e un grande lunghissimo sorriso.

Tornata dalle spedizioni fuori casa aveva sempre qualche busta in mano, molto spesso della spesa. Riponeva tutto nella dispensa, si sedeva su un divanetto della cucina e consumava un pò di quello che aveva appena comprato.

Restava lì in lunghi silenzi che poi interrompeva con domande come “Ma a piazza Navona c’era l’acqua e facevano le battaglie?” “Come si chiama quel posto dove tutti possono attaccare i bigliettini per lamentarsi a Roma?” , oppure “A che ora aprono le poste?” Stava lavorando alla nuova edizione di una guida turistica, “Living and working in Italy”. A curiosità di tipo storico o culturale univa informazioni tecniche e burocratiche per persone che decidevano di venire in Italia per viverci, come aveva fatto lei.

Ogni tanto decideva di partire, ma i suoi piani di viaggio non erano mai troppo dettagliati.

Forse vado Napoli!”, diceva con la sua inflessione British.

“Ah, bello, quando?”

“Non so, tra poco”

“Con chi?”

Non so, vuoi venire?”

E alla fine in un modo o nell’altro partiva.

Ha lasciato la casa a luglio del 2011.

L’ho vista l’ultima volta a maggio, a Londra, dove adesso vive. Portava un vestito grigio lungo fino ai piedi e dei sandali, anche se quel giorno faceva molto freddo.

Ci siamo trovate al bar della National Gallery e poi siamo andate a cercare il ritratto di Kate Middleton alla National Portrait Gallery.

Forse vado a Sardinha!“, mi dice

“Ah, bello, quando?”

“Non so, presto”

“Con chi?”

“Non so, vuoi venire?”.

Prequel: Ladri di bicilette

Era il 20 giugno del 2011, il mio amico Alan compiva 26 o 27 anni. Un anno prima, per festeggiare, eravamo andati a sentire Devendra Banhart a Villa Ada. Lo ascoltavo per la prima volta e mi chiedevo come avevo fatto fino a quel momento, senza.

In un anno molte cose erano cambiate. Mi ero laureata, e in quel periodo ero una stagista. La routine mi stava stretta, ma per entrarci mi rimpicciolivo. Sognavo di incontrare il mio capo fuori dall’ufficio, somigliava a John Malcovich e mi mostrava il (terzo) mondo dalla stanza di un ministero fatto di fotocopiatrici e pause caffè. Quando finalmente tutto sarebbe finito, avrei goduto del mare. Non di quello di maccarese dei week end, ma di quello pugliese dell’estate.

Quella mattina faceva caldissimo, ed ero bruciata dal sole. Ma il capo, la stanza, la fotocopiatrice, le pause e i caffè impedivano di scoprirsi troppo. Riesumai una gonna lunga e larga verde militare un tempo appartenuta a mia cugina. Era tardi ma la mountain bike che usavo di solito si era giocata le ruote sul lungotevere. A dieci minuti dall’orario di ufficio, osservando il parco bici dell’ingresso non potetti resistere alla tentazione di prenderla: lei, una city bike. Era della mia coinquilina Caroline che l’aveva comprata per utilizzarla solo una volta, alla critical mass. In quel periodo c’era un gran parlare di bici biciclette ciclomotori ciclisti ciclomobilità ciclofficine cicli e ricicli. Entravano in casa tra una tesi di architettura e due ragazzi spagnoli che facevano il giro del Mediterraneo in tandem.

Caroline assorbiva tutto dalla sua stanza, e negli infusi di thè scioglieva le voglie e i pensieri, che sembrava non condividere ma invece realizzava all’improvviso, per esempio comprando una bici. Poco importava che non l’avrebbe quasi mai sfruttata, era il suo modo di dimostrare che c’era.

Non trovarla non le avrebbe cambiato la giornata, e io la montaì al volo. Si chiamava Montana ed era rossa. Pedalavo in discesa, cercando di sfruttare tutti i pezzi di pista ciclabile intatti nel percorso via antonelli piazza euclide villa glori auditorium ponte milvio Farnesina. Il rincontro mattutino con John Malcovich e i pensieri legati a come sarebbe andata la giornata, mi spaventavano e eccitavano insieme. Succedeva ogni mattina ma il lunedì di più. La differenza del 20 giugno 2011 la fece Montana. Sembrava essere fatta per la gonna che indossavo, che trovava spazio nel quadro di una bici femminile, e permetteva alla mia schiena di adagiarsi senza piegarsi.

Era fatta per me, per le gonne, per i lunedì di rincontro, per l’estate.

Col tempo diventò un pò più da battaglia e dunque naturalmente mia. Caroline me la cedette senza parlarne.

Oggi l’ho parcheggiata distratta alla fermata della metro del policlinico. Era un giorno di pioggia, sfide, attesa. Via Regina Margherita era desolata ma il silenzio era pieno di interrogativi, e preannunciava l’arrivo di qualcosa. Chi avrebbe vinto le elezioni presidenziali in Francia ? E in Grecia ? E lo scudetto ?

Tre Paesi Mediterranei hanno votato, gl iitaliani hanno seguito gli exit poll da Parigi ad Atene, passando per Belgrado. Intorno alle 20:00, la vittoria di Francois Hollande era certa. I  socialisti francesi festeggiano a Place de la Bastille il ritorno all’Eliseo. Cambiano le sorti dell’Europa Unita. A est del mare la maggior parte dei Greci ha votato in favore di chi è a lei avversa, in Serbia bisognerà aspettare il ballottaggio. Intanto, negli stadi Italiani si sono giocate due partite cruciali: Juve-Cagliari e Inter-Milan. La seconda determinante per le sorti della prima. Battendo il Milan, l’Inter ha assicurato alla Juve vittoria.

In una giornata del genere, c’era da aspettarselo. Tra juventini, interisti, milanisti, socialisti, greci, francesi, italiani, europeisti, sarkozisti, vincitori, vinti, celebranti, sofferenti, sicuramente qualcuno mi ha fregato la bici.

Addio, Montana.