La differenza

Oggi cerco di scavare nei ricordi e scoprire dove affonda la profonda amarezza che provo per i fatti di questi giorni: 629 migranti che vagano nel Mediterraneo come una patata bollente che nessuno si vuole prendere, e che dopo giorni di navigazione dovranno continuare a navigare fino alla Spagna quando le coste della Sicilia, da sempre aperte e accoglienti, sono a poche miglia, perché il Ministro dell’Interno ha voluto così.

Allora mi ricordo dell’orgoglio che provai quando, mentre attraversavo il confine tra Senegal e Gambia a marzo del 2017, non dovetti pagare il visto: gli ufficiali di frontiera mi dissero che in Italia eravamo buoni con loro, a differenza della mia compagna di viaggio francese, a cui spettarono 40 euro di dogana. Che gioia mi attraversò davanti agli amici africani, a cui lentamente e tramite timidi racconti stavo cercando di far scoprire il mio Paese. “Avete capito da dove vengo? Noi siamo buoni con voi!”.

La mia amarezza affonda in tante altre storie, come per esempio in quella di Ibrahima, il primo migrante che abbia mai intervistato, a maggio del 2015, e nelle sue parole.

Lo chiamai da Londra pochi mesi dopo il suo sbarco a Lampedusa. Mi raccontava a fatica e a km di distanza dei primi attimi in cui vide le mani degli operatori di Sant’Egidio tese verso di lui al porto di Lampedusa, e grazie alle quali salì sulla terra ferma dopo un viaggio da incubo in un mare che nemmeno aveva scelto di attraversare. Era incredulo, non capiva perché lo stessero salvando, cosa avesse fatto per meritarselo dopo un viaggio che aveva intrapreso per caso, per scappare dai lavori forzati a cui era stato costretto in Libia e da un centro di detenzione. “Preferisci restare in prigione o andare in mare?” “Vieni con noi, stiamo seguendo altri africani”.. e per questo si era ritrovato lì. Ma nemmeno lo voleva! “I was afraid of the sea”, mi spiegava, come tanti altri prima di lui e dopo di lui.

Ibrahima era stato accolto dalla comunità di Sant’Egidio di Catania, che sono andata a visitare poco dopo per incontrare chi insieme a lui aveva trovato una casa e una famiglia in Italia, grazie all’aiuto di tanti cittadini di buona volontà.

La tristezza che provo deriva dal pensiero che gli interventi di solidarietà e accoglienza di una buona parte del popolo italiano debbano essere oscurati dagli atti politici di un uomo assetato di consenso, voti e potere, e motivato da valori medievali, che non condivido e che buona parte del popolo italiano europeo non condivide. Non fanno parte del suo DNA, della sua storia e della sua cultura, ed è per questo che questo popolo deve ribellarsi e urlare più forte.  Bisogna moltiplicare gli atti di accoglienza, testimoniare e ricordare quelli che sono già stati fatti e costituiscono il nostro patrimonio culturale, parlare e farli conoscere non solo ai propri simili ma soprattutto a chi anche solo da lontano e in segreto ammicca agli episodi di questi giorni e giustifica gli atti di non accoglienza. Perché l’intolleranza e la xenofobia possono invadere il prossimo in modo lento ma potente, perché l’informazione è confusa e perché il verme del razzismo può crescere dentro ognuno di noi, in chi ci si siede accanto all’ora di pranzo, anche in un membro della nostra famiglia che non ha mai nemmeno votato Lega, ma oggi sta pensando  “Sai che ti dico, questo c’ha ragione, loro non stanno morendo, e noi non siamo mica fessi!”.

A quelli che non sono nel nostro circolo di amici stretti o che non la pensano come noi, bisogna dire che  in Italia ci sono 600.000 stranieri irregolari, nemmeno l’1% dell’intera popolazione italiana, di cui una buona parte lavora in condizioni di sfruttamento e vulnerabilità. Bisogna spiegare che i problemi legati al vagabondaggio di circa 150.000 richiedenti asilo derivano in buona parte dalla mala gestione del sistema di accoglienza, mandato avanti quasi del tutto dall’iniziativa della società civile senza la collaborazione di comuni e istituzioni, ma soprattutto senza la presenza di politiche strutturali per l’integrazione degli stranieri. Che è da questa mala gestione che dipende il la povertà e spesso la criminalità dei rifugiati che, impreparati ad affrontare da soli la società in cui devono in qualche modo vivere nei prossimi anni, sono spinti a lavorare illegalmente pur di pagare un affitto e, perché no, semplicemente avere qualcosa da fare.

Bisogna dire che ci sono altri Paesi in Europa che fanno la propria parte esattamente come l’Italia, come l’Austria, la Svizzera e la Germania.

Ma soprattutto bisogna raccontare le storie di chi si trova su quelle barche, storie di giovani africani che se non scappano da guerre e carestie si sono ritrovati lì perché scappavano dalla prigione, o dall’angoscia di non poter fare esperienza che del proprio villaggio per tutta la vita. Questo a fronte della crescente esposizione mediatica all’opulenza di un sistema che li attrae e accoglie in quanto consumatori e fruitori della cultura di massa, ma respinge in quanto cittadini meritevoli di diritti, lavoro, garanzie e servizi. Un controsenso che nella macchina del capitalismo globale li vuole sottomessi ma assolutamente partecipi.

Come ha spiegato molto bene il sindacalista dell’usb Aboubacar Soumahoro a Propaganda live venerdì scorso, quanto sta avvenendo è solo la punta di un iceberg fatto di anni di campagna elettorale e di propaganda contraria all’accoglienza, che gioca sulla lotta tra le ultime disgraziate vittime del capitalismo.