Kai len

by Marta Vigneri

Oggi a Roma il cielo era di un azzurro intenso e uniforme, l’aria fredda e tagliente, ma i raggi riscaldavano il viso dopo ogni folata di vento.

Dai frutteti lungo le stradine che da viale Aventino sbucano su via del Circo Massimo, spuntavano mimose e alberi di mandarino che sembravano avere foglie d’argento. Dal lato opposto, in via dei Cerchi, le mura del tempio di Palatino erano rosso terra e infuocate dal sole. A Villa Borghese, i pini facevano ombra sul prato mentre la luce imbiancava la facciata della Galleria Borghese. A Piazza Buenos Aires c’erano mandorli fioriti di rosa e di bianco, che ricordavano l’aria di primavera. Ma verso le 16 iniziava a far freddo, il sole si preparava a tramontare, lasciando timidi riflessi che a malapena attraversavano le fessure degli archi di Porta Maggiore.

Dopo un’ora e mezza era quasi buio. Un’interruzione improvvisa e prematura, che mi ha fatto ricordare di quando a Dakar correvo in taxi verso Plage des Mamelles, la spiaggia delle Mamelle, chiamata così perché si trova ai piedi delle due colline della città, che attraversano una parte della costa a poca distanza l’una dall’altra proprio come i seni di una donna.

Mi decidevo sempre troppo tardi ad andare, verso le sette di sera, quando il traffico rischiava di non farmi arrivare in tempo per vedere il tramonto.

Allora gridavo al tassista di turno di sbrigarsi, e guardavo ininterrottamente l’ora sperando che non fossero già le 19.35. Lo snodo peggiore era nel quartiere di Mermoz, dove le macchine arrivavano da ogni angolo e sbucavano su una rotonda invadendone i lati senza ordine ne senso di marcia. Ma Dakar rispetta i tempi degli indecisi, e anche quando non arrivavo in orario per vedere l’ultimo spicchio di sole sparire nel mare, potevo assistere alla fine del giorno: la luce durava almeno fino alle nove. E anche se era già buio pesto, non ero in ritardo.

Max, il guardiano della spiaggia, piazzava un divano sul piano rialzato del suo stabilimento hippie fatto di sassi colorati, maschere create con taniche di acqua e pupazzi di frutti di calebasse. Sulla punta del palco di sabbia regnava una piroga. Abdou iniziava a intonare le sue canzoni e a suonarle con la chitarra, dopo un giorno trascorso lì a esercitarsi e imparare nuovi accordi. La mia preferita era quella che chiamavano “La canzone di Mamelles”, Kai Len, che in wolof vuol dire “venite”.

Parlava del pellegrinaggio a Touba, città sacra dove era stata costruita una moschea in marmi bianchi in onore del marabutto più venerato del Senegal, Serign Touba, e di Cheick Ibrahima Fall, suo seguace e fondatore della confraternita sufi dei Bye Fall, di cui tutti quelli che portavano rasta e abiti larghi dicevano di far parte, per quanto quella appartenenza richiedesse molto più di un semplice cambio di stile.

Al suono di Kai len, tutti ci avvicinavamo: c’era chi come Max si stendeva su qualche amaca e iniziava a ciondolare e chi come me si metteva sul divano a contemplare la luna, arrivata nel frattempo a schiarire l’Oceano.

Si sentivano le onde infrangersi sul bagnasciuga, e il rumore delle pietre che rotolavano da una delle colline, perché qualcuno era andato a raccoglierle illegalmente, di sera, quando non poteva essere visto, per farne ciondoli o collane. “I soliti maliani”, si lamentava Max, ma lui stesso ne portava una.

Nel frattempo le luci del faro che spuntava sulla collina giravano a intermittenza. Il passaggio verso sera era lento e naturale, e la notte arrivava perché doveva arrivare, ma quasi nessuno se ne accorgeva.