La linea d'ombra

Month: February, 2018

Max

“Max era Max, più tranquillo che mai” 

Max era il guardiano della spiagga, Plage des Mamelles, chiamata così perché giaceva ai piedi delle due colline di Dakar, vulcani inattivi che dominavano la costa a poca distanza l’uno dall’altro come i seni di una donna. Era uno stabilimento hippie fatto di sassi colorati e pupazzi di frutti di calebasse. C’erano busti di donna ricavati da taniche di acqua, che i passanti si divertivano a vestire dei loro costumi dismessi, occhiali da sole o altri cimeli che volevano lasciare in spiaggia. Io avevo lasciato il mio ukulele rotto che avevano riparato con il filo di una rete di pescatori per farne una corda .

Altri accessori erano stati scordati da qualche passante e riciclati da Max per dare vita alle sue maschere. Magliette, ciondoli, vecchie macchine fotografiche, foulard, cappelli e tubi di gomma.

Max ci lavorava quasi ogni giorno con professionalità artigianale. Prendeva delle taniche, si sedeva da qualche parte con lo sguardo verso il mare, le distruggeva e poi ne creava dei volti. I manici diventavano dei nasi lunghi e i beccucci delle piccole bocche. Bocche aperte, stupite, impaurite. Alcune divertenti, altre inquietanti.

Si aggirava tra di loro per tutto il giorno, con i lembi della camicia al vento che gli facevano da mantello. Spesso indossava grandi occhiali da sole ed era impossibile penetrarne lo sguardo, ma aveva un sorriso grande e smagliante che smorzava quell’aria di mistero. Assomigliava a Will Smith.

Di giorno portava lunghi cappelli con pon pon, tipici della confraternita dei bye fall, di cui diceva di non far parte ma al cui stile aderiva. Dreads, pantaloni colorati, maglie larghe di Bob Marley e cappelli di lana anche in piena estate. Qualcuno lo chiamava il Babbo Natale del Senegal. Di sera si toglieva il cappello e tornava a essere se stesso, diceva, Maguette, il suo vero nome senegalese.

“Je ne suis pas bye fall, je ne suis pas musulman, je ne suis pas chrétiene, pas sénégalais.. Je suis terriere” (non sono bye fall, non sono musulmano, non sono cristiano, non sono senegalese.. io sono terriero), diceva.

Si sentiva essere umano, abitante della terra nel senso fisico del termine, perché vivendo in spiaggia faceva della natura casa sua. L’Oceano era il suo cortile, la sabbia il suo materasso, la luna la sua luce notturna e le stelle il suo abat-jour. Il faro lo sorvegliava di notte mentre le onde del mare gli cantavano la ninna nanna. Si svegliava insieme al sole e si addormentava al buio. Era la natura a dettare i suoi ritmi. Si bagnava solo all’alba quando nessuno poteva vederlo, durante il resto del giorno il mare lo sorvegliava e basta, ma sapeva che di sera sarebbero tornati insieme. Era la sua donna, “ma femme”, la chiamava. Era lei che possessiva e gelosa non gli permetteva di lasciare la spiaggia.

Infatti usciva raramente. Restava li e aspettava che fosse il resto del mondo ad andarlo a trovare. Per questo lo chiamavo Novecento.

Come il protagonista del romanzo, anche lui conosceva il mondo senza esplorarlo di persona, ma attraverso i racconti degli ospiti di passaggio, che gli parlavano di quello che avevano fatto la sera prima, dei loro viaggi passati o futuri o del luogo da cui provenivano. La maggior parte francesi o di altri Paesi d’Europa. E poi maliani, gambiani, canadesi, americani, tunisini, marocchini, israeliani, libanesi, russi.

Lui era stato ad Amsterdam per brevi periodi di tempo, a Barcellona e a Disneyland Paris, dove le giostre e l’atmosfera incantata gli avevano fatto scordare di visitare la città. Aveva un lato sognante e infantile che spuntava quando progettava di costruire uno scivolo per arrivare in spiaggia dalla cima della collina.

Non smetteva di pianificare pur sapendo che il suo stabilimento era minacciato dalla imminente costruzione di un impianto per dessalare il mare, la cui stazione di pompaggio sarebbe stata piazzata al posto della spiaggia determinandone la chiusura temporanea.

Grazie al progetto deciso dal governo di Macky Sall e finanziato in parte da quello del Giappone, l’acqua del mare sottostante sarebbe stata inquinata dagli scarichi dei tubi, e i pesci sarebbero morti sottraendo risorse ai pescatori e a tutta la popolazione di Ouakam, il quartiere più antico di Dakar che sovrasta le Mammelle e ospita l’unica etnia autoctona della città, quella dei Lebou.

Era da mesi che in spiaggia si organizzavano mobilitazioni, concerti e comizi per battersi contro il progetto, ma non facevano abbastanza rumore da infastidire i politici o minacciare seriamente il piano. Pochi cittadini ne conoscevano l’esistenza, e alcuni credevano alla propaganda, che sosteneva che l’impianto fosse l’unico modo per portare acqua potabile al quartiere. Secondo i detrattori del progetto, il problema della carenza di acqua non era dato dalla sua mancanza effettiva, ma dalle antiche tubature della zona che non riuscivano a pompare acqua ai secondi o terzi piani delle palazzine. Inoltre Ouakam era già dotata di un impianto.

Secondo Max la popolazione non avrebbe realizzato quello che stava per succedere fino a poco prima dell’inizio dei lavori, quando si sarebbe svegliata e rivoltata con armi che reputava più efficaci: la violenza.

La nostra era una rivolta occidentale, pacifica, di un manico di bianchi esaltati e abituati a protestare e pensare che organizzare qualcosa contro le decisioni imposte potesse avere un effetto. Uno stile che solo Max e pochi altri locali avevano adottato, ma che non ero convinta fosse adatto al contesto. Mentre on line si faceva girare una petizione che aveva raggiunto quasi 1000 firme, i vicini dello stabilimento, che favorivano il piano perché in cambio dell’abbandono della spiaggia avrebbero avuto un risarcimento di 4.000 euro circa, ogni tanto si divertivano a incendiare i nostri gazebo, per gelosia e paura che la mobilitazione potesse effettivamente bloccare la costruzione dell’impianto e non farli guadagnare quella somma.

Che però non era abbastanza per Max e per chi come lui amava l’arte, la natura, il mare e la spiaggia, e la abitava con rispetto e ammirazione.

Una sera durante una jam session con gli italiani presenti avevamo trasformato il ritornello di “Bella ciao” in “Les Mamelles ne touchez pas” (non toccate le Mammelle), il motto ufficiale della mobilitazione, che i senegalesi avevano apprezzato perché era riuscita a dare un suono al loro animo di rivolta. Avevamo anche cantato Zombie, dei Cramberries, da cui Max era stato rapito perché si sposava con lo spirito ultra terreno delle sue maschere, che simboleggiavano chissà quali fantasmi.

La malinconia per la possibile fine di Mamelles ci attraversava, e nelle serate più intime ci faceva restare in silenzio, perché sentivamo di doverne godere fino a quando si poteva.

Di notte dormivamo fuori o in tenda, accompagnati dal caldo e dalle zanzare. Al risveglio guardavamo le piroghe partite per pescare galleggiare all’orizzonte sbattute dalle onde. Maguette si faceva il bagno con “sa femme”. Spogliato da abiti e maschere era un simpatico uomo di mare.

“Max non si spiega, 
fammi scendere, Max 
vedo un segreto avvicinarsi qui, Max”

Kai len

Oggi a Roma il cielo era di un azzurro intenso e uniforme, l’aria fredda e tagliente, ma i raggi riscaldavano il viso dopo ogni folata di vento.

Dai frutteti lungo le stradine che da viale Aventino sbucano su via del Circo Massimo, spuntavano mimose e alberi di mandarino che sembravano avere foglie d’argento. Dal lato opposto, in via dei Cerchi, le mura del tempio di Palatino erano rosso terra e infuocate dal sole. A Villa Borghese, i pini facevano ombra sul prato mentre la luce imbiancava la facciata della Galleria Borghese. A Piazza Buenos Aires c’erano mandorli fioriti di rosa e di bianco, che ricordavano l’aria di primavera. Ma verso le 16 iniziava a far freddo, il sole si preparava a tramontare, lasciando timidi riflessi che a malapena attraversavano le fessure degli archi di Porta Maggiore.

Dopo un’ora e mezza era quasi buio. Un’interruzione improvvisa e prematura, che mi ha fatto ricordare di quando a Dakar correvo in taxi verso Plage des Mamelles, la spiaggia delle Mamelle, chiamata così perché si trova ai piedi delle due colline della città, che attraversano una parte della costa a poca distanza l’una dall’altra proprio come i seni di una donna.

Mi decidevo sempre troppo tardi ad andare, verso le sette di sera, quando il traffico rischiava di non farmi arrivare in tempo per vedere il tramonto.

Allora gridavo al tassista di turno di sbrigarsi, e guardavo ininterrottamente l’ora sperando che non fossero già le 19.35. Lo snodo peggiore era nel quartiere di Mermoz, dove le macchine arrivavano da ogni angolo e sbucavano su una rotonda invadendone i lati senza ordine ne senso di marcia. Ma Dakar rispetta i tempi degli indecisi, e anche quando non arrivavo in orario per vedere l’ultimo spicchio di sole sparire nel mare, potevo assistere alla fine del giorno: la luce durava almeno fino alle nove. E anche se era già buio pesto, non ero in ritardo.

Max, il guardiano della spiaggia, piazzava un divano sul piano rialzato del suo stabilimento hippie fatto di sassi colorati, maschere create con taniche di acqua e pupazzi di frutti di calebasse. Sulla punta del palco di sabbia regnava una piroga. Abdou iniziava a intonare le sue canzoni e a suonarle con la chitarra, dopo un giorno trascorso lì a esercitarsi e imparare nuovi accordi. La mia preferita era quella che chiamavano “La canzone di Mamelles”, Kai Len, che in wolof vuol dire “venite”.

Parlava del pellegrinaggio a Touba, città sacra dove era stata costruita una moschea in marmi bianchi in onore del marabutto più venerato del Senegal, Serign Touba, e di Cheick Ibrahima Fall, suo seguace e fondatore della confraternita sufi dei Bye Fall, di cui tutti quelli che portavano rasta e abiti larghi dicevano di far parte, per quanto quella appartenenza richiedesse molto più di un semplice cambio di stile.

Al suono di Kai len, tutti ci avvicinavamo: c’era chi come Max si stendeva su qualche amaca e iniziava a ciondolare e chi come me si metteva sul divano a contemplare la luna, arrivata nel frattempo a schiarire l’Oceano.

Si sentivano le onde infrangersi sul bagnasciuga, e il rumore delle pietre che rotolavano da una delle colline, perché qualcuno era andato a raccoglierle illegalmente, di sera, quando non poteva essere visto, per farne ciondoli o collane. “I soliti maliani”, si lamentava Max, ma lui stesso ne portava una.

Nel frattempo le luci del faro che spuntava sulla collina giravano a intermittenza. Il passaggio verso sera era lento e naturale, e la notte arrivava perché doveva arrivare, ma quasi nessuno se ne accorgeva.

 

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