Vivere con i frati in Kenya

by Marta Vigneri

Sono arrivata a Nairobi a metà Aprile sul finire dell’estate keniota. Era sera, ma rispetto al freddo di Londra il clima era caldo e a Westlands, la sede della provincia dei frati minori dell’East Africa che mi accoglie, c’era un piacevole tepore.

L’ex casa coloniale era grande e piena di gente. In quella settimana c’erano i frati di tutti gli Stati dell’East Africa arrivati per un incontro provinciale, e due suore del Madagascar.

Parlavano inglese, francese, kiswahili o un’altra delle 42 lingue keniote, ma anche italiano o croato.

In genere li incontravo sulla terrazza della casa. Si affacciava su un piccolo pezzo di giungla, con grandi alberi in fiore, bamboos, scimmie e ibis colorate che passavano emettendo versi stridenti. Ero circondata da insetti, ma mi sembrava fosse naturale. Una stanza, un pavimento o delle mura erano solo ostacoli artificiali tra l’uomo e il suo habitat naturale: la giungla. Fatta di alberi, piante, terreno e insetti.

Come le “termiti volanti”, che popolavano le stanze illuminate nei giorni di pioggia e ti si posavano addosso mentre mangiavi. Si accoppiavano per terra e poi perdevano le ali. Morivano, per poi essere cucinate in padella e mangiate.

Fra Carmelo mi parlava delle pratiche tribali dei villaggi kenioti. Della vita nelle famiglie e delle regole comportamentali all’interno delle coppie: mogli e mariti che non sedevano insieme a tavola, a cui si doveva spiegare che non c’era niente di male a farlo. Per poi scoprire che nemmeno loro avevano niente in contrario, ma erano semplicemente abituati così.

Quella di portare avanti una pratica anche dannosa solo perché tramandata da troppe generazioni è una regola in Africa, che spesso giustifica norme di comportamento anche più pericolose come l’infibulazione artificiale del clitoride delle donne. Il fatto che si faccia da sempre e che lo facciano tutti giustifica il dolore che provoca, e che una donna proverà ogni volta che avrà un rapporto sessuale per il resto della sua vita.

Ma per molti l’infibulazione è giusta, se non salutare.

Non stupisce allora che alcune madri portino i propri figli da stregoni o esorcisti se malati, piuttosto che in un ospedale. O che molti uomini siano costretti ad avere un rapporto sessuale col cadavere di una donna se questa è morta vergine, per garantirle serenità ultra-mondana.

Ma dietro l’arretratezza emerge una sorta di fatalismo, quello dei contadini il cui destino dipende dalle stagioni, dal caso, dal sole e dalla quantità di pioggia che irriga i campi.

Di chi è abituato a prendere quello che i mesi portano con accettazione e pazienza. Ad accettare la siccità anche quando dovrebbe piovere, la peste che rovina il raccolto e la mancanza di soldi per comprare pesticidi o fertilizzanti.

Durante la permanenza in Kenya ho trascorso quattro giorni a Lower Subukia, un piccolo villaggio sulla striscia dell’Equatore dove i bambini popolano le strade senza asfalto in cerca di un uomo bianco che li dia dei dolci.

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“Give me a sweet”, gridano quando ti si avvicinano mentre cammini. Se sei abbastanza fortunato ti saluteranno dicendo “Mambo”, che nel loro slang significa “come va”.

I dolci a Lower Subukia costano troppo, e i piccoli sono abituati a riceverli dai volontari del posto. Anche se non ne consumano molti hanno denti pieni di carie. Uno spazzolino costa 15 kenyan scellings (15 centesimo di euro circa) e non possono permettersi nemmeno quello. Così non si lavano i denti, ma a volte vanno a farseli curare all’health centre istituito lì da i frati francescani negli anni 90.

Fra Miro, Peter e Florentin gestiscono anche una scuola e un centro per disabili.

Miro è croato e il centro per disabili si chiama “Mali Dom”, “Piccola Casa”. Ospita circa 18 bambini.

Ce n’è una con metà gamba, la cui parte artificiale deve essere sostituita continuamente perché quella sana cresce troppo velocemente.

C’è una ragazza della mia età, 27 anni, che sembra invece averne 12 e parla poco.

Molti di loro vivono su una sedia a rotelle, sono disabili mentalmente, o autistici. Come John, che emette suoni strani mentre (mi spiegano) sta lentamente perdendo la vista.

Uno dei responsabili della “Piccola casa” va a recuperare i disabili per le stradine del villaggio.

Succede che i bambini abbiano malformazioni per via degli incesti o dell’assenza di cure durante la gravidanza. Va a cercare nelle case dove molto spesso i genitori li nascondono perché considerati una vergogna. Lui li convince ad affidarli alla Piccola Casa. Se accettano spesso non torneranno più a controllare come stanno.

Anche in questo caso nei volti di bambini e volontari non c’è disperazione, ma speranza. Quella di chi va avanti insieme all’aiuto degli altri e senza troppe domande.

Quando lascio Lower Subukia è un giorno di pioggia e la macchina che mi accompagna al villaggio più vicino, Nyahururu, si trova incastrata nel fango. Ho fretta di prendere l’autobus per Nairobi, dove devo finire un compito universitario.

Scendiamo dalla macchina aspettando che Fra Miro liberi il veicolo, intorno a noi tantissimi altri fanno lo stesso.

Ancora una volta non appaiono preoccupati, ma quasi eccitati, come fosse una festa. Rimanere impantanati nel fango, bagnati, con scarpe e vestiti sporchi, per gli autoctoni è normale routine: le strade non hanno asfalto, e molti di loro non hanno una Jeep4x4. Dunque si mettono comodi e sereni, danno indicazioni al conducente e aspettano mentre le ruote girano a vuoto.

“Pole pole”, ripetono sotto il rumore della pioggia battente, ”piano piano”.

Accetto il consiglio, non mi resta che aspettare. Mentre attendo mi libero dal pensiero degli impegni e guardo le facce dei miei compagni di avventura, e insieme agli abitanti di Lower Subukia vengo pervasa da un senso di infinita gratitudine e serenità.