La linea d'ombra

Month: May, 2015

Il futuro del voto è nero

East Ham è uno dei quartieri più multiculturali del Regno Unito, dove è difficile trovare residenti di pelle bianca. Come quelli di molte altre zone dell’est di Londra, gli abitanti di East Ham sono arrivati dall’Africa o da uno dei Paesi del Commonwealth almeno 10 anni fa e ora riempiono le strade, gestiscono gli shops off-licence o le cucine dei ristoranti, puliscono le case della classe media e i negozi. Ma spesso sono oggetto di una retorica che li accusa di abusare dei benefici riservati agli inglesi o prenderne i posti di lavoro senza averne diritto.

La campagna elettorale del Regno Unito si è giocata a colpi di programmi anti-immigrazione, ma che effetto ha avuto questo sugli immigrati stessi? Ecco il mio reportage di una giornata a East Ham.

Buona lettura.

Quasi 4 milioni di cittadini inglesi di origine straniera aveva diritto al voto alle elezioni dello scorso 7 maggio. Lo dichiara uno studio del Migrants Right Network, una Ong londinese che lavora per i diritti dei migranti.

Sono arrivati in Inghilterra almeno 10 anni fa perlopiù dai Paesi del Commonwealth: il rapporto stima che quasi 800,000 di loro venga dall’India, 500,000 dal Pakistan e 235,000 dal Bangladesh.

In seguito alla residenza hanno ottenuto anche il diritto di votare, e in almeno 20 constituencies di Londra è proprio il loro voto a decidere la vittoria del candidato in Parlamento.

Molte di queste sono infatti composte da immigrati, e tradizionalmente il voto degli immigrati va ai Labour.

Nel 2010 il 68 per cento dei cittadini inglesi nati in un altro Paese ha votato per questo partito, e il trend sembra essere stato in buona parte riconfermato.

“Molti inglesi Musulmani quando vanno a votare sono influenzati dalla memoria del passato”, spiega Mohammed Amin, leader del Conservative Muslim Forum, un gruppo politico appartenente ai Tory.

“Tendono a votare labour perché nel passato il partito era più positivo nei confronti dei musulmani rispetto ai conservatori. Il Labour Party ha introdotto la legislazione che vietava discriminazioni razziali sul luogo di lavoro o nell’offerta di beni e servizi, introducendo anche il divieto di discriminazione rispetto alla fede religiosa”.

Mohammad si riferisce al Race Relations Act e alla Commissione per l’Uguaglianza di Razza (Commission for Racial Equality) istituita dal governo labour nel 1976, che si proponevano di favorire l’uguaglianza tra vari gruppi etnici soprattutto sul luogo di lavoro.

Ma secondo lo studio del Migrants Right Network “Migrant voters in the 2015 General Elections”, le tendenze di voto degli immigrati starebbero cambiando.

Quattro dei seggi persi dai labour alle ultime elezioni appartengono a circoscrizioni dove “I candidati labour non sono riusciti ad assicurarsi il voto dei ‘non bianchi’ ”, dichiara un portavoce di “Operation Black Vote”, una not for profit che si batte per la rappresentanza delle minoranze etniche in politica.

Da un lato, le nuove generazioni di immigrati nate nel Regno Unito da genitori stranieri non vedono differenza tra i due partiti di maggioranza e credono che nessuno si sforzi abbastanza per rappresentarli.

Durante la scorsa legislatura erano solo 27 i parlamentari di etnia minoritaria, e anche se nel Parlamento appena eletto saranno 42 (il 6,6 per cento in più), per riflettere l’effettiva composizione della popolazione dovrebbero essere almeno il doppio, 84.

Inoltre, la retorica anti immigrazione della campagna elettorale starebbe influenzando la percezione che gli stessi immigrati hanno dei nuovi stranieri.

Per capire come sono andata a East Ham, la circoscrizione con il più alto numero di minoranze etniche del Regno Unito, e anche il seggio laburista più sicuro di Londra.

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Dal 1979 i suoi abitanti hanno sempre eletto un parlamentare labour, e così hanno fatto ieri. Stephen Timms sarà il loro rappresentate alla House of Commons per la sesta volta consecutiva dal 1994.

A queste elezioni ha guadagnato 40,563 voti, il 7,2 per cento in più rispetto al 2010, quando già risultava il parlamentare eletto con la più alta percentuale di voti locali.

Il suo elettorato è fatto di migranti, che a East Ham rappresentano il 51 per cento.

Li aiuta ad ottenere il permesso di soggiorno, a trovare il lavoro o una casa. In cambio ottiene voti, rispetto e popolarità. Anche chi non lo conosce lo sceglie perché la maggior parte dei propri amici o familiari fa lo stesso.

Doris ha 43 anni ed è arrivata a Londra dal Ghana quando ne aveva 21.

Trascorsi 10 anni ha fatto domanda per il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Dopo altri due anni di attesa l’ha ottenuto grazie a Stephen Timms, che ha scritto per lei la lettera all’Home Office. Da allora lo ha sempre votato.

Il suo non è un caso isolato. Anche a Tottenham, quartiere conosciuto per le rivolte del 2011 contro l’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia, il labour di origine ganhese David Lammy conserva lo stesso seggio da 4 mandati grazie al voto degli stranieri.

Nella giornata elettorale Stephen Timms arriva sorridente alla sede del Municipio di East Ham durante le ultime ore di voto. E’ l’unico bianco tra lo staff del suo partito,  che conta perlopiù membri di origine indiana.

“L’intero borgo è stato definito la comunità più variegata del pianeta. E io credo che sia anche una delle più coese. I nostri cittadini provengono dall’Africa o dai Paesi del Commonwealth e parlano lingue diverse. Ma trovano un senso di appartenenza alla comunità in piccoli luoghi come la Chiesa o il centro sportivo”, dichiara Timms.

Secondo lui il clima ostile verso gli stranieri creato dall’Ukip e dai conservatori ha reso gli abitanti di East Ham un po’ nervosi, “e credo e spero che per questo continueranno a votare labour”, dice.

Ma anche a East Ham qualcuno vota Ukip.

Sammy è arrivato dalle Filippine nel 2008, ma da quando ha ottenuto la cittadinanza teme gli stranieri che arrivano per cercare lavoro come qualsiasi elettore nato nel Regno Unito.

“Chiedono un sacco di benefici, ma per colpa loro l’economia sta andando giù. Guarda invece al Giappone, lì le regole per ottenere il permesso di soggiorno sono molto più dure e il Paese va bene”. Si augura lo stesso per il Regno Unito e per questo ha votato Ukip.

Ken invece è un padre single con due figli a carico, arrivato dai Caraibi negli anni 90. Ha una casa piccola, lavora come “chef free-lance” e vota labour. Ma anche lui non ama i nuovi arrivati.

Dice: “Se non lavorassi il governo mi darebbe una casa come fa con tutti quelli che vengono qui dall’Eritrea. Gli eritrei fanno le loro ricerche e sanno che in Inghilterra possono avere benefici facilmente, per questo ci vengono senza fare niente”.

Vota labour non solo perché è il partito che “sta vicino alla classe operaia”, ma anche perché sa che il loro programma prevede tempi più lunghi per la concessione dei sussidi alla disoccupazione o alla casa agli immigrati.

Non si fida di tutti quelli che dicono di scappare alle dittature o alle guerre. Secondo lui molti lo fanno per convenienza, ma potrebbero anche restare a casa. O vivere in un altro Paese dell’Unione Europea.

“Tutti hanno bisogno di aiuto, ma anche tu devi aiutare te stesso”, conclude.

Il reportage fotografico della giornata elettorale su The Post Internazionale.

Vivere con i frati in Kenya

Sono arrivata a Nairobi a metà Aprile sul finire dell’estate keniota. Era sera, ma rispetto al freddo di Londra il clima era caldo e a Westlands, la sede della provincia dei frati minori dell’East Africa che mi accoglie, c’era un piacevole tepore.

L’ex casa coloniale era grande e piena di gente. In quella settimana c’erano i frati di tutti gli Stati dell’East Africa arrivati per un incontro provinciale, e due suore del Madagascar.

Parlavano inglese, francese, kiswahili o un’altra delle 42 lingue keniote, ma anche italiano o croato.

In genere li incontravo sulla terrazza della casa. Si affacciava su un piccolo pezzo di giungla, con grandi alberi in fiore, bamboos, scimmie e ibis colorate che passavano emettendo versi stridenti. Ero circondata da insetti, ma mi sembrava fosse naturale. Una stanza, un pavimento o delle mura erano solo ostacoli artificiali tra l’uomo e il suo habitat naturale: la giungla. Fatta di alberi, piante, terreno e insetti.

Come le “termiti volanti”, che popolavano le stanze illuminate nei giorni di pioggia e ti si posavano addosso mentre mangiavi. Si accoppiavano per terra e poi perdevano le ali. Morivano, per poi essere cucinate in padella e mangiate.

Fra Carmelo mi parlava delle pratiche tribali dei villaggi kenioti. Della vita nelle famiglie e delle regole comportamentali all’interno delle coppie: mogli e mariti che non sedevano insieme a tavola, a cui si doveva spiegare che non c’era niente di male a farlo. Per poi scoprire che nemmeno loro avevano niente in contrario, ma erano semplicemente abituati così.

Quella di portare avanti una pratica anche dannosa solo perché tramandata da troppe generazioni è una regola in Africa, che spesso giustifica norme di comportamento anche più pericolose come l’infibulazione artificiale del clitoride delle donne. Il fatto che si faccia da sempre e che lo facciano tutti giustifica il dolore che provoca, e che una donna proverà ogni volta che avrà un rapporto sessuale per il resto della sua vita.

Ma per molti l’infibulazione è giusta, se non salutare.

Non stupisce allora che alcune madri portino i propri figli da stregoni o esorcisti se malati, piuttosto che in un ospedale. O che molti uomini siano costretti ad avere un rapporto sessuale col cadavere di una donna se questa è morta vergine, per garantirle serenità ultra-mondana.

Ma dietro l’arretratezza emerge una sorta di fatalismo, quello dei contadini il cui destino dipende dalle stagioni, dal caso, dal sole e dalla quantità di pioggia che irriga i campi.

Di chi è abituato a prendere quello che i mesi portano con accettazione e pazienza. Ad accettare la siccità anche quando dovrebbe piovere, la peste che rovina il raccolto e la mancanza di soldi per comprare pesticidi o fertilizzanti.

Durante la permanenza in Kenya ho trascorso quattro giorni a Lower Subukia, un piccolo villaggio sulla striscia dell’Equatore dove i bambini popolano le strade senza asfalto in cerca di un uomo bianco che li dia dei dolci.

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“Give me a sweet”, gridano quando ti si avvicinano mentre cammini. Se sei abbastanza fortunato ti saluteranno dicendo “Mambo”, che nel loro slang significa “come va”.

I dolci a Lower Subukia costano troppo, e i piccoli sono abituati a riceverli dai volontari del posto. Anche se non ne consumano molti hanno denti pieni di carie. Uno spazzolino costa 15 kenyan scellings (15 centesimo di euro circa) e non possono permettersi nemmeno quello. Così non si lavano i denti, ma a volte vanno a farseli curare all’health centre istituito lì da i frati francescani negli anni 90.

Fra Miro, Peter e Florentin gestiscono anche una scuola e un centro per disabili.

Miro è croato e il centro per disabili si chiama “Mali Dom”, “Piccola Casa”. Ospita circa 18 bambini.

Ce n’è una con metà gamba, la cui parte artificiale deve essere sostituita continuamente perché quella sana cresce troppo velocemente.

C’è una ragazza della mia età, 27 anni, che sembra invece averne 12 e parla poco.

Molti di loro vivono su una sedia a rotelle, sono disabili mentalmente, o autistici. Come John, che emette suoni strani mentre (mi spiegano) sta lentamente perdendo la vista.

Uno dei responsabili della “Piccola casa” va a recuperare i disabili per le stradine del villaggio.

Succede che i bambini abbiano malformazioni per via degli incesti o dell’assenza di cure durante la gravidanza. Va a cercare nelle case dove molto spesso i genitori li nascondono perché considerati una vergogna. Lui li convince ad affidarli alla Piccola Casa. Se accettano spesso non torneranno più a controllare come stanno.

Anche in questo caso nei volti di bambini e volontari non c’è disperazione, ma speranza. Quella di chi va avanti insieme all’aiuto degli altri e senza troppe domande.

Quando lascio Lower Subukia è un giorno di pioggia e la macchina che mi accompagna al villaggio più vicino, Nyahururu, si trova incastrata nel fango. Ho fretta di prendere l’autobus per Nairobi, dove devo finire un compito universitario.

Scendiamo dalla macchina aspettando che Fra Miro liberi il veicolo, intorno a noi tantissimi altri fanno lo stesso.

Ancora una volta non appaiono preoccupati, ma quasi eccitati, come fosse una festa. Rimanere impantanati nel fango, bagnati, con scarpe e vestiti sporchi, per gli autoctoni è normale routine: le strade non hanno asfalto, e molti di loro non hanno una Jeep4x4. Dunque si mettono comodi e sereni, danno indicazioni al conducente e aspettano mentre le ruote girano a vuoto.

“Pole pole”, ripetono sotto il rumore della pioggia battente, ”piano piano”.

Accetto il consiglio, non mi resta che aspettare. Mentre attendo mi libero dal pensiero degli impegni e guardo le facce dei miei compagni di avventura, e insieme agli abitanti di Lower Subukia vengo pervasa da un senso di infinita gratitudine e serenità.

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