Ojala que llueva cafè

by Marta Vigneri

Quando ascolto Juan Luis Guerra mi ricordo dell’essenza della felicità, provata a Bruxelles un sabato di giugno alla festa di compleanno di Francis, un collega della cooperazione e sviluppo europea.

Francis era spagnolo, cicciottello, e quando parlava sembrava avesse in bocca una polpetta. Poprio come l’eroe dei fumetti belga in una delle sue avventure, “Tintin au Congo”, stava per partire per il Congo. Nessuno gli regalò il celebre fumetto quella sera, ma solo una guida routard. Noi portammo del rum e un tritaghiaccio per fare i mojito e iniziammo a ballare.

Roberto mi insegnava i passi di salsa senza spiegarmeli. Mi diceva soltanto di non guardare in basso e di chiudere gli occhi: “Se ti guardi i piedi ti spezzo le gambe”, sussurrava. Allora iniziai a farmi trasportare. Non dovevo fare niente, ma a musica finita mi sembrava di aver fatto tutto.

Poi nelle pause sul balcone mi raccontava dei chicchi di caffè che si possono coltivare anche all’ombra e degli ortaggi che invece hanno bisogno del sole. Intanto immaginavamo i campi di patate e fragole cantati da Juan Luis Guerra in “Ojala que llueva cafè”. (“Sembra una llanura de batata y fresa”).

Quella canzone, diceva, lo metteva di buon umore. Ma in effetti di buon umore lo era spesso.

Di giorno entrava nel mio ufficio di soppiatto. Faceva finta di non vedermi e di trovarmi all’improvviso dopo aver perlustrato la stanza, seduta davanti allo schermo a compilare inventari che di certo non avrebbero cambiato il futuro del mondo. Frustrati per la scarsa incisività delle nostre mansioni, decidevamo di andare a prendere il caffè del bar passando per le scale di emergenza. Non le percorreva nessuno e scendendole potevamo fare un pò come ci pareva. Gli altri erano chiusi negli ascensori con le gambe atrofizzate dalle 40 ore settimanali al desk, che però con il nuovo “Flexy time” potevano gestirsi ammazzandosi un giorno e uscendo prima il pomeriggio seguente per la partita di calcio settimanale con i colleghi.

Anche Roberto partecipava agli eventi sociali degli ex cooperanti votati al lavoro di ufficio, sebbene la vita in Commissione sembrava stargli stretta come le cravatte a striscie dei funzionari. Di cravatte infatti non gliene ho mai viste, al massimo si metteva delle giacche a coste beige o marroni. Le stirava di mattina prima delle riunioni importanti.

Quelle poche volte che l’ho incontrato in ascensore sembrava un pesce fuor d’acqua. Faceva finta di imitare i miei gesti e la mia postura. Spalle indietro e petto in fuori, immobile e concentrato come se stesse ancora pensando ad affari di lavoro, composto e distante come se non mi conoscesse e non mi si volesse avvicinare prima di uscire.

La libertà fuori dal palazzo di 12 piani e pareti di vetro stile Gotam City si chiamava 18.01 e si godeva a Saint Gilles, il quartiere bobò di Brussels dove Roberto abitava.

La casa affacciava di fronte al Palazzo del Comune, l’Hotel de Ville. Maestoso, imponente, in stile rinascimentale franco-fiammingo, con le facciate arancioni e le statue di bronzo illuminate anche di notte. Le finestre del salotto sempre aperte ci facevano sentire il brusio dei clienti e lo stridere del vetro dei bicchieri della birreria di sotto, il Moeder Lambic, mentre noi stavamo dentro.

Anche la prima volta che ci siamo incontrati parlammo di caffè. Mi invitava a prenderlo nel suo ufficio apparecchiato con apposita macchinetta fai da te. Stava portando avanti una personale crociata contro la Nespresso della cucina del piano, che consumava più acqua e produceva rifiuti di plastica, con tutte le pellicole delle capsule chic usate dai capi fighetti (classico, decaffeinato, alla vaniglia o al cioccolato). Lui aveva barattoloni di polvere sulla scrivania.

Entrammo in ascensore e per un pò restammo immobili, scordandoci di spingere il tasto per salire. Quando se ne accorse e lo fece gli dissi “è così che deve essere”. Mi rispose qualcosa sussurrandola con voce rauca e dopo qualche mese iniziammo a bere caffè.