Italian cricket club

A febbraio di quest’anno ho incontrato Yoahn. Sulle panchine di piazza dell’Immacolata a San Lorenzo, a Roma, mi ha raccontato di lui e della sua passione per il cricket. 

La storia di Yoahn è stata scritta per The Post Internazionale e lì pubblicata il primo Maggio scorso.

Buona lettura. 

Yoahn è nato a Roma 16 anni fa. È alto e slanciato, ha le mani lunghe e affusolate, gli occhi molto scuri. Mentre parla gesticola lentamente. Sorride spesso; le fossette gli scavano il viso.

I suoi genitori hanno lasciato lo Sri Lanka alla fine degli anni Ottanta per emigrare in Italia. Oggi vivono a Torre Angela, un quartiere di Roma. Yoahn è iscritto alla International Christian Academy, dove studia l’inglese e la religione cattolica. Fuori dalla classe parla romano e si sente di Roma. Una volta ogni mese si reca al tempio buddista.

Yoahn è uno degli oltre quattro milioni di stranieri regolarmente residenti in Italia, secondo l’ultimo rapporto Caritas Migrantes del 2013 (quasi 4,4 milioni per l’esattezza). Una fetta significante della popolazione totale – il 5 per cento – che l’Italia si è però spesso mostrata impreparata ad accogliere.

Secondo l’ultima indagine LaST del Profossore Daniele Marini dell’Università di Padova, 1 italiano su 3 considera gli immigrati ancora un pericolo e una minaccia per il paese, più per paura che per altro. L’Italia è tra i paesi meno progressisti o sviluppatisi in questo senso, pur essendo strategicamente posizionata nel Mediterraneo ed essendo stata capace in passato di offrire un impiego a chi altrove non aveva sbocchi di lavoro.

Sulla base di queste premesse, non sorprende che un piccolo sport di nicchia, perlopiù ancora sconosciuto in Italia ma non nel resto del mondo, stia gradualmente offrendo una possibilità concreta di integrazione a quegli immigrati che, come Yoahn, per richiedere la cittadinanza in Italia devono aspettare i 18 anni di età.

Al contrario, i giocatori di cricket nati in Italia da genitori stranieri possono rappresentare la nazionale italiana anche se non hanno la cittadinanza o se vi risiedono da almeno 7 anni (o da 4 se vogliono giocare nella formazione giovanile). I figli degli immigrati che sono nati in Italia, almeno sul campo da cricket, vengono considerati italiani molto prima della legge italiana.

È così dal 2003, quando la Federazione italiana di cricket è stato il primo organismo sportivo a riconoscere parità di diritti ai suoi atleti in base alla nascita, anticipando ciò che dovrebbe avvenire in politica e catapultando il dibattito sull’immigrazione in Italia fuori dal campo, ai vertici dell’agenda politica.

Il processo messo in moto in Italia dal secondo sport più praticato al mondo potrebbe definirsi di “auto-integrazione culturale”; questo non sta solamente facilitando l’assimilazione degli stranieri all’interno della società italiana, tanto formalmente quanto nella vita di tutti i giorni, ma sta anche superando i limiti della burocrazia.

D’altra parte, quelle del cricket sono le regole di uno sport nato in un paese, la Gran Bretagna, dove in epoca imperiale l’appartenenza alla nazione non dipendeva, come oggi in Italia, dai legami di sangue ma da dove si nasceva e si viveva. Dallo ius soli, insomma.

Oggi la nazionale italiana è composta da giocatori italiani, ma anche da oriundi australiani e sud africani, oltre a srilankesi, e pachistani naturalizzati italiani. Proprio come avvenne con il rugby circa 25 anni fa, oriundi e immigrati rappresentano l’Italia del cricket, ne cantano l’inno e competono nei tornei internazionali. La scorsa estate la Nazionale ha vinto i campionati europei, mostrando il successo di un esperimento sociale in cui italiani e immigrati di diverse nazionalità “abitano insieme dando per scontato che lo si possa fare a prescindere da cultura, etnia e religione”, racconta Simone Gambino, presidente della Federazione Cricket Italiana.

Secondo Gambino, oggi il cricket è il simbolo più forte della lotta per l’adeguamento della legge sulla cittadinanza in Italia, partendo da un ampliamento dello ius soli. “Ma questa – aggiunge – è una cosa bellissima per il cricket e allo stesso tempo tristissima per l’Italia, che ha bisogno di uno sport ancora di nicchia per progredire e adattarsi ai cambiamenti del mondo globale. Negli altri paesi dell’Unione Europea, come Francia, Germania e Regno Unito, le leggi sulla cittadinanza sono più evolute, con una interpretazione più ampia dello ius soli, e tempi molto più ristretti per ottenere la cittadinanza, una volta istradata la pratica, rispetto a quelli della burocrazia italiana.”

Yohan il cricket lo conosce da sempre, da quando cioè i suoi genitori gliene hanno parlato e lo hanno fatto crescere a suon di mazze da legno e wicket. A Roma, quando all’età di 10 anni ha iniziato a giocare al Capannelle, si è sentito subito a casa. Qui ha incontrato suoi coetanei che come lui avevano iniziato a praticare lo sport per tradizione familiare e perché nei rispettivi paesi d’origine il cricket è lo sport nazionale, “proprio come il calcio in Italia”, racconta Yohan.

Sul campo da cricket Yohan ha imparato l’importanza del rispetto per il prossimo, a prescindere dal colore della maglia, della pelle o della razza. “Se un battitore si fa eliminare per fair play, quando esce dal campo lo si applaudisce e gli si stringe la mano. Dopo la partita le squadre, che in campo sono avversarie, fanno il terzo tempo e mangiano e bevono insieme”.

Kelum Perera è il tecnico della nazionale italiana giovanile nonché membro del Consiglio Nazionale del Coni. Il cricket, racconta, “non è solo uno sport, ma uno spirito e uno stile di vita. Fondato sul fair play, sulla tolleranza, sul rispetto, e su regole ben precise”.

Quelle tramandate più di un secolo fa dal Regno di Sua Maestà alle colonie britanniche nel mondo. Le popolazioni sottomesse usavano le mazze come simbolo di riscatto verso gli inglesi: avere la possibilità di battersi contro la squadra dei colonizzatori, e vincerla, rendeva per un attimo tutti uguali.

Succedeva così nel 1877, quando durante lo storico incontro degli Ashes, per la prima volta la potenza inglese veniva sconfitta sul campo da una delle sue colonie, l’Australia.

Succede allo stesso modo anche oggi quando le squadre che a fine partita mangiano insieme sono composte da singalesi e tamil, due gruppi etnici che in Sri Lanka hanno combattuto una sanguinosa guerra civile fino al 2009.

Oggi, tra i campionati della federazione, altri tornei e chi lo gioca nei parchi, sono circa 20,000 i giocatori di cricket in Italia. Ma la composizione talvolta mono-etnica delle squadre del campionato (soprattutto in Serie C, dove non c’è limite del numero di stranieri in campo) e l’introduzione stessa della cittadinanza sportiva – che permette di far giocare in nazionale molti più atleti stranieri che italiani, i quali giocano a cricket in percentuale minore e spesso sono anche “meno forti” – secondo alcuni ha limitato le possibilità di integrazione tra autoctoni e immigrati, con o senza passaporto. Questi ultimi giocano a cricket mentre gli italiani continuano a preferire il calcio.

Il cricket è forse “il gioco dei nuovi italiani”? Così lo definiscono Giacomo Fasola, Ilario Lombardo e Francesco Moscatelli nel loro libro “Italian cricket club, il gioco dei nuovi italiani”, un viaggio per l’Italia multietnica dai cortili di Palermo ai parchi di Brescia, in cui gli immigrati del sud est asiatico sono impiegati nei settori più redditizi dell’economia italiana.

I bengalesi di Venezia lavorano nei cantieri navali come fossero a Chittagong, in Bangladesh, dove la demolizione di navi è uno dei motori principali dell’economia, e dove hanno imparato a usare gli idranti prima di emigrare negli altri cantieri del mondo globalizzato. Nei fine settimana passano il loro tempo libero a giocare a cricket con il Venezia, che ha fatto conoscere la comunità bengalese al resto degli abitanti attraverso la cronaca sportiva locale.

Ma i nuovi italiani sono anche i sikh di Reggio Emilia. Festeggiano il Vaisakhi (la festa più importante per la loro comunità religiosa) per le strade della città e di sera giocano a cricket nei parchi comunali. Durante la settimana allevano le mucche per fare il parmigiano Reggiano con la cura di chi le considera sacre, contribuendo allo sviluppo di uno dei settori più importanti per l’economia dell’Emilia, quello agroalimentare.

Per Ilario Lombardo questo dimostra come gli immigrati siano una risorsa per l’Italia, che però è ancora troppo chiusa, inesperta e provinciale per accorgersene.

“Sfiorata dal fenomeno dell’immigrazione senza esserne investita e impreparata a livello culturale, l’Italia non è abbastanza matura nemmeno per dirsi razzista, ma è se mai incapace di riconoscere il valore degli immigrati”, dice Lombardo.

A beneficiare degli stranieri, invece, è uno sport, il cricket, che oggi più che mai diventa metafora dell’Italia del futuro e del dibattito sul diritto alla cittadinanza, in cui italiano è chi cresce nella cultura del paese e contribuisce al suo sviluppo. A prescindere dall’etnia o dalla razza.