La linea d'ombra

Max

“Max era Max, più tranquillo che mai” 

Max era il guardiano della spiagga, Plage des Mamelles, chiamata così perché giaceva ai piedi delle due colline di Dakar, vulcani inattivi che dominavano la costa a poca distanza l’uno dall’altro come i seni di una donna. Era uno stabilimento hippie fatto di sassi colorati e pupazzi di frutti di calebasse. C’erano busti di donna ricavati da taniche di acqua, che i passanti si divertivano a vestire dei loro costumi dismessi, occhiali da sole o altri cimeli che volevano lasciare in spiaggia. Io avevo lasciato il mio ukulele rotto che avevano riparato con il filo di una rete di pescatori per farne una corda .

Altri accessori erano stati scordati da qualche passante e riciclati da Max per dare vita alle sue maschere. Magliette, ciondoli, vecchie macchine fotografiche, foulard, cappelli e tubi di gomma.

Max ci lavorava quasi ogni giorno con professionalità artigianale. Prendeva delle taniche, si sedeva da qualche parte con lo sguardo verso il mare, le distruggeva e poi ne creava dei volti. I manici diventavano dei nasi lunghi e i beccucci delle piccole bocche. Bocche aperte, stupite, impaurite. Alcune divertenti, altre inquietanti.

Si aggirava tra di loro per tutto il giorno, con i lembi della camicia al vento che gli facevano da mantello. Spesso indossava grandi occhiali da sole ed era impossibile penetrarne lo sguardo, ma aveva un sorriso grande e smagliante che smorzava quell’aria di mistero. Assomigliava a Will Smith.

Di giorno portava lunghi cappelli con pon pon, tipici della confraternita dei bye fall, di cui diceva di non far parte ma al cui stile aderiva. Dreads, pantaloni colorati, maglie larghe di Bob Marley e cappelli di lana anche in piena estate. Qualcuno lo chiamava il Babbo Natale del Senegal. Di sera si toglieva il cappello e tornava a essere se stesso, diceva, Maguette, il suo vero nome senegalese.

“Je ne suis pas bye fall, je ne suis pas musulman, je ne suis pas chrétiene, pas sénégalais.. Je suis terriere” (non sono bye fall, non sono musulmano, non sono cristiano, non sono senegalese.. io sono terriero), diceva.

Si sentiva essere umano, abitante della terra nel senso fisico del termine, perché vivendo in spiaggia faceva della natura casa sua. L’Oceano era il suo cortile, la sabbia il suo materasso, la luna la sua luce notturna e le stelle il suo abat-jour. Il faro lo sorvegliava di notte mentre le onde del mare gli cantavano la ninna nanna. Si svegliava insieme al sole e si addormentava al buio. Era la natura a dettare i suoi ritmi. Si bagnava solo all’alba quando nessuno poteva vederlo, durante il resto del giorno il mare lo sorvegliava e basta, ma sapeva che di sera sarebbero tornati insieme. Era la sua donna, “ma femme”, la chiamava. Era lei che possessiva e gelosa non gli permetteva di lasciare la spiaggia.

Infatti usciva raramente. Restava li e aspettava che fosse il resto del mondo ad andarlo a trovare. Per questo lo chiamavo Novecento.

Come il protagonista del romanzo, anche lui conosceva il mondo senza esplorarlo di persona, ma attraverso i racconti degli ospiti di passaggio, che gli parlavano di quello che avevano fatto la sera prima, dei loro viaggi passati o futuri o del luogo da cui provenivano. La maggior parte francesi o di altri Paesi d’Europa. E poi maliani, gambiani, canadesi, americani, tunisini, marocchini, israeliani, libanesi, russi.

Lui era stato ad Amsterdam per brevi periodi di tempo, a Barcellona e a Disneyland Paris, dove le giostre e l’atmosfera incantata gli avevano fatto scordare di visitare la città. Aveva un lato sognante e infantile che spuntava quando progettava di costruire uno scivolo per arrivare in spiaggia dalla cima della collina.

Non smetteva di pianificare pur sapendo che il suo stabilimento era minacciato dalla imminente costruzione di un impianto per dessalare il mare, la cui stazione di pompaggio sarebbe stata piazzata al posto della spiaggia determinandone la chiusura temporanea.

Grazie al progetto deciso dal governo di Macky Sall e finanziato in parte da quello del Giappone, l’acqua del mare sottostante sarebbe stata inquinata dagli scarichi dei tubi, e i pesci sarebbero morti sottraendo risorse ai pescatori e a tutta la popolazione di Ouakam, il quartiere più antico di Dakar che sovrasta le Mammelle e ospita l’unica etnia autoctona della città, quella dei Lebou.

Era da mesi che in spiaggia si organizzavano mobilitazioni, concerti e comizi per battersi contro il progetto, ma non facevano abbastanza rumore da infastidire i politici o minacciare seriamente il piano. Pochi cittadini ne conoscevano l’esistenza, e alcuni credevano alla propaganda, che sosteneva che l’impianto fosse l’unico modo per portare acqua potabile al quartiere. Secondo i detrattori del progetto, il problema della carenza di acqua non era dato dalla sua mancanza effettiva, ma dalle antiche tubature della zona che non riuscivano a pompare acqua ai secondi o terzi piani delle palazzine. Inoltre Ouakam era già dotata di un impianto.

Secondo Max la popolazione non avrebbe realizzato quello che stava per succedere fino a poco prima dell’inizio dei lavori, quando si sarebbe svegliata e rivoltata con armi che reputava più efficaci: la violenza.

La nostra era una rivolta occidentale, pacifica, di un manico di bianchi esaltati e abituati a protestare e pensare che organizzare qualcosa contro le decisioni imposte potesse avere un effetto. Uno stile che solo Max e pochi altri locali avevano adottato, ma che non ero convinta fosse adatto al contesto. Mentre on line si faceva girare una petizione che aveva raggiunto quasi 1000 firme, i vicini dello stabilimento, che favorivano il piano perché in cambio dell’abbandono della spiaggia avrebbero avuto un risarcimento di 4.000 euro circa, ogni tanto si divertivano a incendiare i nostri gazebo, per gelosia e paura che la mobilitazione potesse effettivamente bloccare la costruzione dell’impianto e non farli guadagnare quella somma.

Che però non era abbastanza per Max e per chi come lui amava l’arte, la natura, il mare e la spiaggia, e la abitava con rispetto e ammirazione.

Una sera durante una jam session con gli italiani presenti avevamo trasformato il ritornello di “Bella ciao” in “Les Mamelles ne touchez pas” (non toccate le Mammelle), il motto ufficiale della mobilitazione, che i senegalesi avevano apprezzato perché era riuscita a dare un suono al loro animo di rivolta. Avevamo anche cantato Zombie, dei Cramberries, da cui Max era stato rapito perché si sposava con lo spirito ultra terreno delle sue maschere, che simboleggiavano chissà quali fantasmi.

La malinconia per la possibile fine di Mamelles ci attraversava, e nelle serate più intime ci faceva restare in silenzio, perché sentivamo di doverne godere fino a quando si poteva.

Di notte dormivamo fuori o in tenda, accompagnati dal caldo e dalle zanzare. Al risveglio guardavamo le piroghe partite per pescare galleggiare all’orizzonte sbattute dalle onde. Maguette si faceva il bagno con “sa femme”. Spogliato da abiti e maschere era un simpatico uomo di mare.

“Max non si spiega, 
fammi scendere, Max 
vedo un segreto avvicinarsi qui, Max”

Kai len

Oggi a Roma il cielo era di un azzurro intenso e uniforme, l’aria fredda e tagliente, ma i raggi riscaldavano il viso dopo ogni folata di vento.

Dai frutteti lungo le stradine che da viale Aventino sbucano su via del Circo Massimo, spuntavano mimose e alberi di mandarino che sembravano avere foglie d’argento. Dal lato opposto, in via dei Cerchi, le mura del tempio di Palatino erano rosso terra e infuocate dal sole. A Villa Borghese, i pini facevano ombra sul prato mentre la luce imbiancava la facciata della Galleria Borghese. A Piazza Buenos Aires c’erano mandorli fioriti di rosa e di bianco, che ricordavano l’aria di primavera. Ma verso le 16 iniziava a far freddo, il sole si preparava a tramontare, lasciando timidi riflessi che a malapena attraversavano le fessure degli archi di Porta Maggiore.

Dopo un’ora e mezza era quasi buio. Un’interruzione improvvisa e prematura, che mi ha fatto ricordare di quando a Dakar correvo in taxi verso Plage des Mamelles, la spiaggia delle Mamelle, chiamata così perché si trova ai piedi delle due colline della città, che attraversano una parte della costa a poca distanza l’una dall’altra proprio come i seni di una donna.

Mi decidevo sempre troppo tardi ad andare, verso le sette di sera, quando il traffico rischiava di non farmi arrivare in tempo per vedere il tramonto.

Allora gridavo al tassista di turno di sbrigarsi, e guardavo ininterrottamente l’ora sperando che non fossero già le 19.35. Lo snodo peggiore era nel quartiere di Mermoz, dove le macchine arrivavano da ogni angolo e sbucavano su una rotonda invadendone i lati senza ordine ne senso di marcia. Ma Dakar rispetta i tempi degli indecisi, e anche quando non arrivavo in orario per vedere l’ultimo spicchio di sole sparire nel mare, potevo assistere alla fine del giorno: la luce durava almeno fino alle nove. E anche se era già buio pesto, non ero in ritardo.

Max, il guardiano della spiaggia, piazzava un divano sul piano rialzato del suo stabilimento hippie fatto di sassi colorati, maschere create con taniche di acqua e pupazzi di frutti di calebasse. Sulla punta del palco di sabbia regnava una piroga. Abdou iniziava a intonare le sue canzoni e a suonarle con la chitarra, dopo un giorno trascorso lì a esercitarsi e imparare nuovi accordi. La mia preferita era quella che chiamavano “La canzone di Mamelles”, Kai Len, che in wolof vuol dire “venite”.

Parlava del pellegrinaggio a Touba, città sacra dove era stata costruita una moschea in marmi bianchi in onore del marabutto più venerato del Senegal, Serign Touba, e di Cheick Ibrahima Fall, suo seguace e fondatore della confraternita sufi dei Bye Fall, di cui tutti quelli che portavano rasta e abiti larghi dicevano di far parte, per quanto quella appartenenza richiedesse molto più di un semplice cambio di stile.

Al suono di Kai len, tutti ci avvicinavamo: c’era chi come Max si stendeva su qualche amaca e iniziava a ciondolare e chi come me si metteva sul divano a contemplare la luna, arrivata nel frattempo a schiarire l’Oceano.

Si sentivano le onde infrangersi sul bagnasciuga, e il rumore delle pietre che rotolavano da una delle colline, perché qualcuno era andato a raccoglierle illegalmente, di sera, quando non poteva essere visto, per farne ciondoli o collane. “I soliti maliani”, si lamentava Max, ma lui stesso ne portava una.

Nel frattempo le luci del faro che spuntava sulla collina giravano a intermittenza. Il passaggio verso sera era lento e naturale, e la notte arrivava perché doveva arrivare, ma quasi nessuno se ne accorgeva.

 

Lezioni africane per un domani migliore

Oggi mi sono messa a pensare ad auspici e buoni propositi per il 2018 appena iniziato, e per farlo ho deciso di attingere alle mie esperienze in Senegal e in Kenya (i Paesi a cui mi riferisco quando di seguito parlo di Africa), che mi hanno insegnato nuove usanze, lingue e culture, ma soprattutto mostrato modi sconosciuti di stare al mondo.

La prima lezione che ho imparato in Africa è quella della pratica della pazienza. 

In bambara (lingua del Mali) si dice sabali, e la cantano Amadou & Mariam in una loro celebre canzone. In wolof, lingua nazionale del Senegal, invece si dice mougne. Ma i Senegalesi – per il 92% musulmani – non usano il termine così spesso, perché per loro il riferimento verbale a questa attitudine è quasi sempre la volontà di Allah. Inchallah (se Dio vuole), mashallah (come Dio ha voluto), allahmdoulillah (Grazie a Dio!).

La volontà di Allah è ciò che conta più di tutto e da cui tutto dipende, e questa convinzione aiuta a superare la morte, la malattia, la povertà, e ad avere pazienza quando non si ottiene qualcosa, perché si va avanti consapevoli che era quello che Dio voleva e che almeno il suo progetto si è compiuto (mashallah).

Così che questa pazienza equivale quasi alla rassegnazione, che assolve il soggetto dall’impegnarsi per il raggiungimento di uno scopo, in un contesto dove può capitare spesso di doversi scontrare con ostacoli sociali, economici, politici e culturali alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Quando invece ero stata in Kenya nel 2015, avevo sperimentato un altro concetto di pazienza, quella dei contadini, che la usavano mentre attendevano che un acquazzone finisse o che al contrario piovesse per nutrire il raccolto, affidandosi a Dio e al normale ciclo delle stagioni. La loro non era rassegnazione, ma placida attesa. La pazienza di chi sa che per quanto può sforzarsi ci sono eventi di fronte ai quali non può far molto. Ma non dispera, perché niente è così fondamentale da non potersi arrestare per cause di forza maggiore, e attende che la situazione cambi senza essere troppo attaccato al proprio progetto di vita.

Per me bisognerebbe fare esperienza della pazienza in questo modo, senza abbandonare i nostri piani al primo ostacolo, ma conservando una forza cauta e l’umiltà di dirsi che possono anche aspettare, perché del resto non siamo così importanti.

La seconda lezione riguarda il concetto di famiglia. Quando un senegalese non riesce a realizzare un progetto si consola attraverso la fede, ma soprattutto grazie alla presenza di ciò che di più prezioso ha, la sua famiglia, grande e numerosa e di cui fanno parte decine di altri cugini e parenti.

Come avevo scritto tempo fa, in Senegal tutti gli amici sono cugini e tutti i cugini sono fratelli. I figli di amici e fratelli sono nipoti, gli amici e i fratelli di genitori e zii sono zii. Ci sono orfani, ma non figli unici. La famiglia senegalese non comprende soltanto parenti di sangue, ma potenzialmente qualsiasi prossimo, incluso il nuovo arrivato con cui si scambiano un paio di pasti e che alla terza o quarta volta fa già parte della famiglia.

Entrare “en famille” comporta il rispetto delle norme che si seguono tra parenti: trascorrere insieme i giorni di festa, ma soprattutto sentirsi spesso con brevi messaggi o chiamate per sincerarsi che tutto vada bene. E se in Europa può passare anche qualche giorno senza sentire figli o genitori quando si vive lontani, in Senegal il contatto è molto più costante, quasi giornaliero, anche con i ‘parenti’ acquisiti casualmente.

A volte i più anziani hanno un comportamento familiare ed educativo anche con i giovani che non conoscono e che semplicemente trovano per strada, perché alla fine si è tutti in famiglia. Io stessa mi sono ritrovata a ricevere degli ammonimenti da sconosciuti, e non solo perché straniera.

Se osavo chiedere l’ora o una direzione a qualcuno senza prima domandargli come stesse e come andasse la giornata, venivo sgridata: “Beh e non si saluta? Non mi chiedi come sto?”, con il tono confidenziale di un nonno che da al nipote una lezione di vita. Il suo richiamarmi all’ordine mi diceva che i miei desideri non erano così importanti, o non più importanti dei valori che uniscono tutti sotto lo stesso tetto come in una unica famiglia.

Ho visto bambini essere sgridati da passanti che si comportavano come fossero loro genitori per non aver rispettato gli anziani per strada, e ne ho visti altri bussare alla porta di casa per giocare, pretendendo acqua, cibo e tempo come fossi una loro mamma, solo perché li avevo regalato qualche sorriso un paio di volte nei giorni precedenti.

E così non ci sono limiti o confini troppo netti tra persone e famiglie, e nessuna famiglia è così definita da non poter essere allargata, in un Paese dove la maggior parte della popolazione pratica ancora la poligamia e in cui tre religioni e 10 etnie diverse convivono pacificamente.

Ho pensato spesso a questo concetto di famiglia durante le vacanze natalizie, che sono una delle occasioni più importanti per celebrarne il senso, realizzando che purtroppo molto spesso nei nostri continenti l’importanza è data alla famiglia a cui si appartiene e non a quello che rappresenta in generale.

La famiglia è chiusa tra sacri confini, che a Natale sono ancora più netti perché definiti dalle luci e dai colori con cui delimitiamo i balconi e le porte, quelle dietro le quali ci chiudiamo per minimo cinque giorni impegnati a celebrare il nostro progetto di vita o a struggerci perché incompleto, mangiando.

Per quanto sia giusto e naturale curare se stessi e i propri cari, credo che bisognerebbe aprire le proprie famiglie, romperne i confini e praticare la solidarietà e l’accoglienza per supportare non solo i nostri simili, ma chiunque, come fosse membro della nostra famiglia. Uscire dalle nostre case, quartieri, gruppi e giardinetti per ripensare le strade in cui viviamo.

Perché, come insegnano i contadini in Kenya, i nostri progetti di vita non sono poi così importanti da non poter essere interrotti da un imprevisto, e non dovremmo esserci troppo attaccati, ma pronti a rinunciarci in ogni momento per fare spazio a chi non ce l’ha, l’ha perso, ha bisogno di nuove regole o vuole semplicemente bussare alla porta.

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Teranga

E’ la prima volta che scrivo da quando sono a Dakar. 

Sono avvolta dall’armonia dei muezzin e di altri canti religiosi, tra case basse e qualche costruzione più alta che avanza in cemento e argilla.

Mi sono da poco trasferita in una casa circondata da un unico lungo balcone, dove la vista a perdita d’occhio sulla distesa di case e alberi ci consola dalla bassa pressione e le docce con secchielli e bacinelle. Non mi sento mai troppo pulita, non c’è un divano o una tv, nella mia stanza non smetto di guardare l’orizzonte e i cinque lunghi minareti di una maestosa moschea in costruzione che spezzano il cielo per il resto indisturbato. Non ho internet e guardo quello che c’è sul computer: video di capoeira passati da una fiamma locale spentasi lentamente, film lasciati da una compagna di viaggio partita troppo presto. Le cose arrivano e finiscono per cause naturali o di forza maggiore.

Quello a cui ci si attacca parte, svanisce, si affievolisce, finisce. Qualcosa torna all’improvviso e quando meno te l’aspetti, è la fiamma che arde lenta e che ogni tanto riprende fiato e vigore grazie a una piccola scintilla. E poi di nuovo.

Sono nell’Africa in versione metropolitana, dove i luoghi sono non luoghi e non hanno troppa storia, non perché questa non esista, ma perché in posti diversi, nelle persone e nelle loro usanze, nei loro stili di vita, credenze, lingue e tradizioni.

Gli stili coesistono e convivono in un misto di progresso e arretratezza, fede profonda e emancipazione da Dio, spiritualità e concretezza, semplicità e fame di soldi. I ragazzini di Dakar sfrecciano sulle moto con bomberini a vento anche quando ci sono 20 gradi, i bambini chiedono l’elemosina con serietà, rigore e sfrontatezza. I montoni circondano gli isolati belando e le signore sono eleganti e giovani anche a 80 anni, portano colori vivaci e abiti di stoffa fosforescente che mettono in risalto i denti e le iridi bianche. Anche quando si ritrovano a dover portare grossi pesi sulla testa, lo fanno con eleganza, come se la bombola del gas da cambiare o la pila di materassi piazzati sul capo fossero solo degli accessori utili a farle sfilare meglio. I fisici sono temprati dall’abitudine e dalla pratica. Fin da piccole si sono cimentate a pulire le scale o i pavimenti con tutto il corpo, hanno imparato a piegare la schiena il più possibile per raggiungere il suolo senza flettere le ginocchia, e a sopportare i pesi rafforzando le spalle. 

Intanto gli uomini praticano sport sulla corniche, il lungomare della città.

Una distesa di attrezzi popola la costa, una palestra a cielo aperto dove giovani atleti o aspiranti calciatori corrono e si allenano a quasi tutte le ore del giorno, ma soprattutto di sera, all’imbrunire, mentre la palla di fuoco sparisce in due minuti dietro l’acqua e lascia una scia rosa aleggiare sul mare. I corridori sembrano dei soldatini che si muovono in fila indiana avanti e indietro al fianco delle onde dell’Oceano. Alcuni si spingono fino alla spiaggia e passano ore a fare esercizi, e a camminare sulle ginocchia insabbiate assumendo pose ridicole e strane. Hanno fisici scolpiti, pelle soda e muscoli ben definiti in ogni parte del corpo.

Le geep bianche li sfrecciano accanto non curanti, sono il simbolo delle missioni umanitarie, della agenzie di sviluppo che manovrano milioni di euro per portare loro un po’ di  benessere. Una missione importante, che forse per questo non li lascia il tempo di soffermarsi a guardare.

Osservo questa immensa diversità e convivenza di tempi, stili di vita e culture e mi dico che è proprio vero, il Senegal è il paese della teranga (accoglienza), perché a Dakar c’è posto per tutti.

Bruxelles, il giorno dopo

Su The Post Internazionale

Alle 20.15 di mercoledì 23 Marzo, quasi 36 ore dopo lo scoppio della prima bomba all’aeroporto di Zaventem, Bruxelles è una città sottosopra.

L’attacco terroristico perpetrato dai militanti dello Stato Islamico il giorno prima all’aeroporto di Zaventem e alla stazione della metropolitana di Maelbeek ha ucciso 31 persone, ne ha ferite circa 300 e ha sconvolto i ritmi della città e dei suoi abitanti.

Gli expats, che di solito lavorano nelle istituzioni europee o nella bolla che intorno vi circola non lontano da Maelbeek, cercano di raggiungere gli aeroporti di altre città del Belgio, della Francia o dell’Olanda, dove la partenza dei loro voli per tornare a casa per Pasqua è stata dirottata.

Riempiono le file delle biglietterie alla stazione di Midi o all’ingresso degli aeroporti di Charleroi, Lille, Ostende, Anversa o Liegi. Sono ansiosi e stanchi, hanno paura di non poter tornare a casa.

Alcuni prenderanno tutti i mezzi possibili e agli orari più improbabili pur di lasciare il Paese, e voleranno su aerei deserti in compagnia dei sedili lasciati vuoti da chi invece è rimasto a Bruxelles.

Gli autoctoni, i brusseleir in dialetto locale, si aggirano in macchina in assenza della metropolitana e di altri trasporti pubblici, provano a tornare a casa nonostante molte strade siano chiuse al traffico. Sono solidali con la polizia belga e come sempre intolleranti alla presenza costante di funzionari e lavoratori del quartiere europeo. Che non pagano le tasse allo stato Belga e rendono la città bersaglio appetibile degli attentati terroristici.

I musulmani dei quartieri di Schaerbeek, Molenbeek, Saint Josse o Midi riempiono le strade e le piazze con la consapevolezza di essere sospetti e la paura di essere fermati o perquisiti.

Si muovono in gruppo e non si mischiano al resto degli abitanti come fanno spesso, ma a differenza del solito cercano di non incrociarne lo sguardo. Quando lo fanno, i loro occhi sembrano dire “So a cosa pensi, sono uno dei 500 mila musulmani che abitano il tuo paese, dei quali 450 sono partiti a combattere in Siria, 9 sono responsabili degli attentati di Parigi e tre hanno fatto esplodere tre bombe ieri”.

Intanto, nel brusio costante delle pale degli elicotteri che perlustrano i quartieri, i militari presidiano le strade e gli ingressi delle stazioni, camminano con i mitra tra le braccia riprendendo la routine dei giorni di lockdown di novembre, quando in seguito agli attacchi di Parigi avevano iniziato la caccia ai sospetti e cercavano di sventare nuovi attentati, e la città aveva iniziato ad aspettare il 22 marzo.

Poi ci sono le telecamere dei media internazionali intenti a riprendere tutto: il traffico, le strade bloccate, i presidi militari, le file di chi vuole partire, il deserto intorno alle istituzioni dell’Unione Europea, la fermata di Maelbeek distrutta, i gesti di resistenza.

Nel centro della città, a Place de La Bourse, stranieri di ogni provenienza e autoctoni si recano a rendere omaggio alle vittime degli attentati e a lanciare messaggi di pace.

Sull’asfalto scuro ci sono scritte che dichiarano amore alla città e invadono tutto lo spazio della piazza in ogni lingua e colore.

Alcuni appendono striscioni all’entrata del palazzo della Borsa – “Unis contre la Haine” (Uniti contro l’odio), ne recita uno -, altri accendono ceri o portano fiori nel luogo dove sono raggruppati tutti gli omaggi. Le candele illuminate per terra disegnano cuori o simboli di pace. Qualcuno si aggira per la piazza regalando abbracci gratis.

Io sono alla stazione di Midi e ho appena perso l’ultimo treno per Lille, nel nord della Francia, dove il mio aereo per Milano sarebbe partito la mattina seguente invece che da Zaventem. La compagnia aerea aveva avvisato del cambio poco prima della partenza di quel treno.

Penso di non poter più tornare in Italia. Non so come raggiungere l’aeroporto per tempo, non so nemmeno come tornare dalla stazione a casa perché ho già speso troppi soldi in taxi.

Cercando di non soccombere alla sensazione di essere bloccata mi siedo alla fermata dei tram affollata da chi come me non sa come muoversi e spera che i mezzi soppressi siano di nuovo in funzione.

Dopo aver chiesto informazioni a un funzionario della Stib, l’azienda di trasporti di Bruxelles, un passante ci si avvicina e sussurra “Il faut marcher” (bisogna camminare). Ci alziamo e, non sapendo che altro fare, camminiamo.

Alle 20.15 di mercoledì 23 Marzo Bruxelles è una città sottosopra ma resiste.

I suoi abitanti sanno che non bisogna piegarsi alle conseguenze degli attentati, ma andare avanti, spostarsi, partire, lavorare, tornare a casa, uscire, vivere, convivere e fare tutto adattandosi al nuovo scenario e, se necessario, camminare.

 

 

Il futuro del voto è nero

East Ham è uno dei quartieri più multiculturali del Regno Unito, dove è difficile trovare residenti di pelle bianca. Come quelli di molte altre zone dell’est di Londra, gli abitanti di East Ham sono arrivati dall’Africa o da uno dei Paesi del Commonwealth almeno 10 anni fa e ora riempiono le strade, gestiscono gli shops off-licence o le cucine dei ristoranti, puliscono le case della classe media e i negozi. Ma spesso sono oggetto di una retorica che li accusa di abusare dei benefici riservati agli inglesi o prenderne i posti di lavoro senza averne diritto.

La campagna elettorale del Regno Unito si è giocata a colpi di programmi anti-immigrazione, ma che effetto ha avuto questo sugli immigrati stessi? Ecco il mio reportage di una giornata a East Ham.

Buona lettura.

Quasi 4 milioni di cittadini inglesi di origine straniera aveva diritto al voto alle elezioni dello scorso 7 maggio. Lo dichiara uno studio del Migrants Right Network, una Ong londinese che lavora per i diritti dei migranti.

Sono arrivati in Inghilterra almeno 10 anni fa perlopiù dai Paesi del Commonwealth: il rapporto stima che quasi 800,000 di loro venga dall’India, 500,000 dal Pakistan e 235,000 dal Bangladesh.

In seguito alla residenza hanno ottenuto anche il diritto di votare, e in almeno 20 constituencies di Londra è proprio il loro voto a decidere la vittoria del candidato in Parlamento.

Molte di queste sono infatti composte da immigrati, e tradizionalmente il voto degli immigrati va ai Labour.

Nel 2010 il 68 per cento dei cittadini inglesi nati in un altro Paese ha votato per questo partito, e il trend sembra essere stato in buona parte riconfermato.

“Molti inglesi Musulmani quando vanno a votare sono influenzati dalla memoria del passato”, spiega Mohammed Amin, leader del Conservative Muslim Forum, un gruppo politico appartenente ai Tory.

“Tendono a votare labour perché nel passato il partito era più positivo nei confronti dei musulmani rispetto ai conservatori. Il Labour Party ha introdotto la legislazione che vietava discriminazioni razziali sul luogo di lavoro o nell’offerta di beni e servizi, introducendo anche il divieto di discriminazione rispetto alla fede religiosa”.

Mohammad si riferisce al Race Relations Act e alla Commissione per l’Uguaglianza di Razza (Commission for Racial Equality) istituita dal governo labour nel 1976, che si proponevano di favorire l’uguaglianza tra vari gruppi etnici soprattutto sul luogo di lavoro.

Ma secondo lo studio del Migrants Right Network “Migrant voters in the 2015 General Elections”, le tendenze di voto degli immigrati starebbero cambiando.

Quattro dei seggi persi dai labour alle ultime elezioni appartengono a circoscrizioni dove “I candidati labour non sono riusciti ad assicurarsi il voto dei ‘non bianchi’ ”, dichiara un portavoce di “Operation Black Vote”, una not for profit che si batte per la rappresentanza delle minoranze etniche in politica.

Da un lato, le nuove generazioni di immigrati nate nel Regno Unito da genitori stranieri non vedono differenza tra i due partiti di maggioranza e credono che nessuno si sforzi abbastanza per rappresentarli.

Durante la scorsa legislatura erano solo 27 i parlamentari di etnia minoritaria, e anche se nel Parlamento appena eletto saranno 42 (il 6,6 per cento in più), per riflettere l’effettiva composizione della popolazione dovrebbero essere almeno il doppio, 84.

Inoltre, la retorica anti immigrazione della campagna elettorale starebbe influenzando la percezione che gli stessi immigrati hanno dei nuovi stranieri.

Per capire come sono andata a East Ham, la circoscrizione con il più alto numero di minoranze etniche del Regno Unito, e anche il seggio laburista più sicuro di Londra.

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Dal 1979 i suoi abitanti hanno sempre eletto un parlamentare labour, e così hanno fatto ieri. Stephen Timms sarà il loro rappresentate alla House of Commons per la sesta volta consecutiva dal 1994.

A queste elezioni ha guadagnato 40,563 voti, il 7,2 per cento in più rispetto al 2010, quando già risultava il parlamentare eletto con la più alta percentuale di voti locali.

Il suo elettorato è fatto di migranti, che a East Ham rappresentano il 51 per cento.

Li aiuta ad ottenere il permesso di soggiorno, a trovare il lavoro o una casa. In cambio ottiene voti, rispetto e popolarità. Anche chi non lo conosce lo sceglie perché la maggior parte dei propri amici o familiari fa lo stesso.

Doris ha 43 anni ed è arrivata a Londra dal Ghana quando ne aveva 21.

Trascorsi 10 anni ha fatto domanda per il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Dopo altri due anni di attesa l’ha ottenuto grazie a Stephen Timms, che ha scritto per lei la lettera all’Home Office. Da allora lo ha sempre votato.

Il suo non è un caso isolato. Anche a Tottenham, quartiere conosciuto per le rivolte del 2011 contro l’uccisione di un ragazzo di colore da parte della polizia, il labour di origine ganhese David Lammy conserva lo stesso seggio da 4 mandati grazie al voto degli stranieri.

Nella giornata elettorale Stephen Timms arriva sorridente alla sede del Municipio di East Ham durante le ultime ore di voto. E’ l’unico bianco tra lo staff del suo partito,  che conta perlopiù membri di origine indiana.

“L’intero borgo è stato definito la comunità più variegata del pianeta. E io credo che sia anche una delle più coese. I nostri cittadini provengono dall’Africa o dai Paesi del Commonwealth e parlano lingue diverse. Ma trovano un senso di appartenenza alla comunità in piccoli luoghi come la Chiesa o il centro sportivo”, dichiara Timms.

Secondo lui il clima ostile verso gli stranieri creato dall’Ukip e dai conservatori ha reso gli abitanti di East Ham un po’ nervosi, “e credo e spero che per questo continueranno a votare labour”, dice.

Ma anche a East Ham qualcuno vota Ukip.

Sammy è arrivato dalle Filippine nel 2008, ma da quando ha ottenuto la cittadinanza teme gli stranieri che arrivano per cercare lavoro come qualsiasi elettore nato nel Regno Unito.

“Chiedono un sacco di benefici, ma per colpa loro l’economia sta andando giù. Guarda invece al Giappone, lì le regole per ottenere il permesso di soggiorno sono molto più dure e il Paese va bene”. Si augura lo stesso per il Regno Unito e per questo ha votato Ukip.

Ken invece è un padre single con due figli a carico, arrivato dai Caraibi negli anni 90. Ha una casa piccola, lavora come “chef free-lance” e vota labour. Ma anche lui non ama i nuovi arrivati.

Dice: “Se non lavorassi il governo mi darebbe una casa come fa con tutti quelli che vengono qui dall’Eritrea. Gli eritrei fanno le loro ricerche e sanno che in Inghilterra possono avere benefici facilmente, per questo ci vengono senza fare niente”.

Vota labour non solo perché è il partito che “sta vicino alla classe operaia”, ma anche perché sa che il loro programma prevede tempi più lunghi per la concessione dei sussidi alla disoccupazione o alla casa agli immigrati.

Non si fida di tutti quelli che dicono di scappare alle dittature o alle guerre. Secondo lui molti lo fanno per convenienza, ma potrebbero anche restare a casa. O vivere in un altro Paese dell’Unione Europea.

“Tutti hanno bisogno di aiuto, ma anche tu devi aiutare te stesso”, conclude.

Il reportage fotografico della giornata elettorale su The Post Internazionale.

Vivere con i frati in Kenya

Sono arrivata a Nairobi a metà Aprile sul finire dell’estate keniota. Era sera, ma rispetto al freddo di Londra il clima era caldo e a Westlands, la sede della provincia dei frati minori dell’East Africa che mi accoglie, c’era un piacevole tepore.

L’ex casa coloniale era grande e piena di gente. In quella settimana c’erano i frati di tutti gli Stati dell’East Africa arrivati per un incontro provinciale, e due suore del Madagascar.

Parlavano inglese, francese, kiswahili o un’altra delle 42 lingue keniote, ma anche italiano o croato.

In genere li incontravo sulla terrazza della casa. Si affacciava su un piccolo pezzo di giungla, con grandi alberi in fiore, bamboos, scimmie e ibis colorate che passavano emettendo versi stridenti. Ero circondata da insetti, ma mi sembrava fosse naturale. Una stanza, un pavimento o delle mura erano solo ostacoli artificiali tra l’uomo e il suo habitat naturale: la giungla. Fatta di alberi, piante, terreno e insetti.

Come le “termiti volanti”, che popolavano le stanze illuminate nei giorni di pioggia e ti si posavano addosso mentre mangiavi. Si accoppiavano per terra e poi perdevano le ali. Morivano, per poi essere cucinate in padella e mangiate.

Fra Carmelo mi parlava delle pratiche tribali dei villaggi kenioti. Della vita nelle famiglie e delle regole comportamentali all’interno delle coppie: mogli e mariti che non sedevano insieme a tavola, a cui si doveva spiegare che non c’era niente di male a farlo. Per poi scoprire che nemmeno loro avevano niente in contrario, ma erano semplicemente abituati così.

Quella di portare avanti una pratica anche dannosa solo perché tramandata da troppe generazioni è una regola in Africa, che spesso giustifica norme di comportamento anche più pericolose come l’infibulazione artificiale del clitoride delle donne. Il fatto che si faccia da sempre e che lo facciano tutti giustifica il dolore che provoca, e che una donna proverà ogni volta che avrà un rapporto sessuale per il resto della sua vita.

Ma per molti l’infibulazione è giusta, se non salutare.

Non stupisce allora che alcune madri portino i propri figli da stregoni o esorcisti se malati, piuttosto che in un ospedale. O che molti uomini siano costretti ad avere un rapporto sessuale col cadavere di una donna se questa è morta vergine, per garantirle serenità ultra-mondana.

Ma dietro l’arretratezza emerge una sorta di fatalismo, quello dei contadini il cui destino dipende dalle stagioni, dal caso, dal sole e dalla quantità di pioggia che irriga i campi.

Di chi è abituato a prendere quello che i mesi portano con accettazione e pazienza. Ad accettare la siccità anche quando dovrebbe piovere, la peste che rovina il raccolto e la mancanza di soldi per comprare pesticidi o fertilizzanti.

Durante la permanenza in Kenya ho trascorso quattro giorni a Lower Subukia, un piccolo villaggio sulla striscia dell’Equatore dove i bambini popolano le strade senza asfalto in cerca di un uomo bianco che li dia dei dolci.

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“Give me a sweet”, gridano quando ti si avvicinano mentre cammini. Se sei abbastanza fortunato ti saluteranno dicendo “Mambo”, che nel loro slang significa “come va”.

I dolci a Lower Subukia costano troppo, e i piccoli sono abituati a riceverli dai volontari del posto. Anche se non ne consumano molti hanno denti pieni di carie. Uno spazzolino costa 15 kenyan scellings (15 centesimo di euro circa) e non possono permettersi nemmeno quello. Così non si lavano i denti, ma a volte vanno a farseli curare all’health centre istituito lì da i frati francescani negli anni 90.

Fra Miro, Peter e Florentin gestiscono anche una scuola e un centro per disabili.

Miro è croato e il centro per disabili si chiama “Mali Dom”, “Piccola Casa”. Ospita circa 18 bambini.

Ce n’è una con metà gamba, la cui parte artificiale deve essere sostituita continuamente perché quella sana cresce troppo velocemente.

C’è una ragazza della mia età, 27 anni, che sembra invece averne 12 e parla poco.

Molti di loro vivono su una sedia a rotelle, sono disabili mentalmente, o autistici. Come John, che emette suoni strani mentre (mi spiegano) sta lentamente perdendo la vista.

Uno dei responsabili della “Piccola casa” va a recuperare i disabili per le stradine del villaggio.

Succede che i bambini abbiano malformazioni per via degli incesti o dell’assenza di cure durante la gravidanza. Va a cercare nelle case dove molto spesso i genitori li nascondono perché considerati una vergogna. Lui li convince ad affidarli alla Piccola Casa. Se accettano spesso non torneranno più a controllare come stanno.

Anche in questo caso nei volti di bambini e volontari non c’è disperazione, ma speranza. Quella di chi va avanti insieme all’aiuto degli altri e senza troppe domande.

Quando lascio Lower Subukia è un giorno di pioggia e la macchina che mi accompagna al villaggio più vicino, Nyahururu, si trova incastrata nel fango. Ho fretta di prendere l’autobus per Nairobi, dove devo finire un compito universitario.

Scendiamo dalla macchina aspettando che Fra Miro liberi il veicolo, intorno a noi tantissimi altri fanno lo stesso.

Ancora una volta non appaiono preoccupati, ma quasi eccitati, come fosse una festa. Rimanere impantanati nel fango, bagnati, con scarpe e vestiti sporchi, per gli autoctoni è normale routine: le strade non hanno asfalto, e molti di loro non hanno una Jeep4x4. Dunque si mettono comodi e sereni, danno indicazioni al conducente e aspettano mentre le ruote girano a vuoto.

“Pole pole”, ripetono sotto il rumore della pioggia battente, ”piano piano”.

Accetto il consiglio, non mi resta che aspettare. Mentre attendo mi libero dal pensiero degli impegni e guardo le facce dei miei compagni di avventura, e insieme agli abitanti di Lower Subukia vengo pervasa da un senso di infinita gratitudine e serenità.

Una storia italiana

Nel 1946 la cioccolata era un bene esclusivo. Anche nella regione che pullulava di fabbriche di cioccolato, il Piemonte, in pochi potevano permettersela.

Ma un giovane pasticcere sognava una formula magica che permettesse a tutti di godere di quel piacere.

Era nato a Farigliano e possedeva un piccolo laboratorio di dolci ad Alba, nelle Langhe piemontesi, una terra dove le nocciole non mancavano mai e costavano poco anche in tempi duri come quelli del dopo guerra.

Si chiamava Pietro Ferrero.

Dopo notti insonni, in cui svegliava ripetutamente la moglie per avere un parere sulla sua nuova ricetta fatta di cioccolato e nocciole, inventò la Pasta Gianduia.

Prodotta sottoforma di pagnotte racchiuse in foglie di alluminio, era una sorta di Nutella solidificata che doveva essere tagliata con un coltello. La prima versione spalmabile, la Supercrema, arrivò qualche anno dopo.

“Era il primo marchio che permetteva alle persone di godere di dolci a un prezzo accessibile”, racconta alla Bbc il nipote di Pietro e attuale amministratore delegato dell’azienda, Giovanni Ferrero.

Il fatto che fosse spalmabile significava che una piccola quantità poteva bastare per sfamarsi, cambiando la percezione secondo cui la cioccolata doveva essere usata solo in occasioni veramente speciali o durante le feste.

Inoltre, poteva essere mangiata con il pane, uno degli alimenti principali della dieta del tempo.

Le persone che non avevano mai mangiato la cioccolata iniziarono ad abituarsi alla Supercrema e a considerare quel dolce come una trasgressione che ci si poteva concedere ogni giorno.

La Supercrema derivava da un bene di lusso e lo rendeva semplice come il pane.

Ma fu il figlio di Pietro, Michele Ferrero, a rilanciare la Supercrema nell’iconico barattolo di vetro con una nuova ricetta e un nuovo nome, la Nutella.

Una formula che poteva essere lanciata anche sul panorama internazionale. Nutella contiene la parola “nut” (nocciola in inglese) e il suffisso di molti prodotti tipici italiani, “ella”.

Come la mozzarella o la tagliatella, poteva rappresentare un prodotto italiano riconoscibile ovunque.
E non perché fosse un surrogato economico del cioccolato, ma perché diversamente da altri prodotti conteneva le nocciole, un alimento nutriente che migliorava il cioccolato.

Gli spot degli anni Settanta raffiguravano un bambino con la Nutella in mano che diceva a sua madre: “Mamma, questa ha le vitamine”, mentre nel 2008 in Gran Bretagna lo slogan della Nutella recitava: “Tutti vogliamo che i nostri bambini abbiano una colazione bilanciata”.

Grazie a questa formula, a cinquant’anni dalla sua invenzione, la Nutella è diventata un fenomeno globale: è prodotta in 11 stabilimenti presenti in 53 Paesi del mondo e rappresenta un quinto del giro d’affari del gruppo Ferrero insieme ai prodotti Kinder e ai Ferrero Rocher.

Sabato 14 febbraio Michele Ferrero è morto all’età di 89 anni nella sua casa di Montecarlo, dopo mesi di malattia. Ha diretto l’azienda dal 1949 al 1997 ed è stato artefice della sua espansione su scala globale.

Quel piccolo laboratorio di dolci delle Langhe è diventato la quarta più grande multinazionale dolciaria al mondo dopo la Nestlè, e nel 2009 si è posizionata prima tra le società con la migliore reputazione nella classifica del Reputation Institute, battendo Ikea e Walt Disney.

Su The Post Internazionale

Long Live Southbank

Arrivata a Londra la sensazione di essere al centro d’Europa provata a Bruxelles è stata rimpiazzata da quella di essere al centro della metropolitana, tra compagni di viaggio che raramente ti guardano in faccia. Impegnati a truccarsi o a fare quello che non sono riusciti a concludere altrove prima di correre verso la loro destinazione, piuttosto che incrociare il tuo sguardo preferiscono leggere l’Evening Standard, il quotidiano locale gratuito più letto sui mezzi di trasporto di Londra. Ma c’è un luogo che mi riconcilia con il resto della città: Southbank, una promenade a ridosso del Tamigi dove il ritmo si fa più lento e anche i tramonti sembrano durare di più.

Lì ho conosciuto degli skaters che si esercitano in un parco molto speciale, e ho scritto la loro storia per The Post Internazionale.

Buona lettura 

Da quando il London Eye è stato inaugurato nel 2000, l’area di Londra a sud del Tamigi è diventata un’attrazione turistica da 270 milioni di euro l’anno.

La costruzione del Millennium Bridge e la conversione di una vecchia centrale elettrica nellaTate Modern hanno fatto moltiplicare le attività commerciali di Southbank, il quartiere che si estende lungo circa 1 chilometro ospitando gallerie, teatri, negozi di souvenir, mercatini, ristoranti e caffè.

Oggi però una comunità di 150mila persone ha in parte arrestato questo processo. Sono gli skaters e gli artisti urbani del Southbank Skatepark, il più antico parco per gli skaters ufficialmente riconosciuto e ancora esistente al mondo. Popolano le piste dello spazio sottostante il Southbank Centre (il centro per le arti più grande di Europa) fin dagli anni Settanta. Indossano felpe e pantaloni larghi, scarpe da ginnastica con suole di gomma che aderiscono bene alla tavola e portano quasi sempre cappelli con la visiera. Sulle loro magliette c’è spesso un logo o una scritta. “Skate and destory, skate or die. Skateboarding is not a crime”. Così come sui loro tatuaggi.

Ma quando a marzo del 2013 è stata annunciata la trasformazione dello skatepark in un’area commerciale di ristoranti e negozi, le scritte sulle loro braccia sono cambiate e le loro magliette hanno iniziato a riportare un nuovo slogan: “Long live Southbank”. È questo il nome della campagna con cui gli skaters si sono opposti a un progetto da 152 milioni di euro.

Ben Stewart ha 21 anni, è uno skater e anche uno dei fotografi ufficiali della campagna. Parla scandendo le parole con tono deciso, e muove tutto il corpo come fosse sullo skate. Quando si è recato per la prima volta allo Skatepark aveva 12 anni. Non c’era uno spazio del genere nel comune a sudest di Londra dove è nato e cresciuto, a Bexley.

Lo skatepark è uno spazio aperto a pochi metri dal Tamigi. Ci sono piste per skateboard e motocross, e una ringhiera dove chi cammina sulla riva si affaccia a guardare. È coperto al di sopra da una delle sale del Southank Centre, motivo per cui negli anni Settanta fu il naturale luogo di nascita dello skateboarding in Gran Bretagna. La pioggia di Londra non era adatta a uno sport importato dalla California, e la copertura offerta dal Southbank Centre era l’ideale per gli skaters.

“È lo skateboarding che mi ha fatto avvicinare alla macchina fotografica”, spiega Ben, che oggi studia fotografia alla University of East London. “Venivo qui ma quando tornavo a casa volevo mostrare ai miei amici lo skatepark e quello che questi ragazzi stavano facendo. Allora ho iniziato a fotografarli”.

Da quando il piano di ristrutturazione è stato annunciato, Ben e i membri del Long Live Southbank hanno posizionato un tavolo di fronte alla ringhiera e hanno cominciato a fermare i passanti per raccontare loro quello che stava per succedere, invitandoli a donare fondi per la campagna e a firmare una petizione che chiedeva al parlamento di Westminster di bloccare il nuovo sviluppo del parco. “You can’t move history”, è un altro dei loro slogan.

Hanno bussato alle porte dei cittadini della Southbank e delle associazioni più importanti della città. Lo scorso settembre hanno prodotto un report di 120 pagine che conteneva foto e ricerche sul valore storico, artistico e culturale dello spazio urbano. Lo hanno distribuito manualmente a più di 150 istituzioni, tra cui il parlamento, l’ufficio del sindaco Boris Johnson, la sede del quotidiano The Guardian e l’ambasciata degli Stati Uniti.

A giugno la parlamentare laburista Kate Holey ha portato a Westimnster una petizione contro il progetto firmata da 40mila persone. Il comune di Lambeth (dove si sviluppa il centro) ha ricevuto più di 27mila “lettere individuali di obiezone” che chiedevano di non finanziare il piano, diventato così il più impopolare della storia. Anche il sindaco si è espresso in favore degli skaters, e ha definito il parco “l’epicentro dello skateboarding in Gran Bretagna e parte della fabbrica culturale di Londra”.

Il 18 settembre scorso, dopo 18 mesi di campagna, gli attivisti hanno annunciato sul loro blog di aver raggiunto un accordo vincolante con il Southbank Centre, che assicura agli skaters la sopravvivenza di quella che da più di 40 anni è la loro casa.

Per Tomak, skater polacco di 27 anni, Long Live Southbank non è stata la vittoria degli skaters contro le autorità, ma di tutti i cittadini di Londra, che hanno salvato uno spazio che appartiene a tutti. “Long Live Southbank non è stata una guerra”, dice.

Ma alcuni l’hanno definita una vittoria vuota. Lo schema di sviluppo del Southbank Centre prevedeva la ristrutturazione di una delle sue sale concerti (la Queen Elizabeth Hall), della sua galleria d’arte, l’Hayward Gallery, e la costruzione di negozi e ristoranti al posto dello skatepark, che si sarebbe dovuto spostare 120 metri più a sud. Le nuove attività commerciali avrebbero creato 700 nuovi posti di lavoro e le entrate generate avrebbero finanziato un terzo del costo totale del progetto.

Secondo Ricky Burdett, direttore del London School of Economics Cities programme, che studia come i cittadini interagiscono con lo spazio urbano a loro disposizione, il fatto che gli skaters si esercitino in un luogo aperto al pubblico fa sì che sia di tutti. “Le attività degli skaters non sono una esercitazione privata che riguarda solo alcuni, ma l’intera comunità. Il fatto che appaia così com’è e che da 40 anni ci passino ogni giorno 1.000 persone circa è esattamente il suo fascino”.

Long Live Southbank è diventato un esempio unico di protesta per la rivendicazione di uno spazio pubblico che non ha conosciuto scontri e violenza.

Birce Bora è una giornalista turca, corrispondente dell’Hurriyet a Londra. Più di un anno fa ha partecipato alle rivolte per la difesa di Gezi Park. “A Istanbul stavano manifestando per una causa simile, anche lì volevano costruire attività commerciali al posto di un parco. Ma quello di Piazza Taksim è stato un movimento totalmente diverso. Lì la polizia ci lanciava i gas lacrimogeni, e noi manifestavamo per il diritto stesso di protestare”, dice. “Qui il sindaco ha mandato una lettera di supporto alla campagna. Avere la possibilità di muoversi e parlare con le autorità come hanno fatto gli skaters di Londra è un sogno per me e per tutti quelli che sono rimasti feriti a piazza Taksim”, conclude.

Ojala que llueva cafè

Quando ascolto Juan Luis Guerra mi ricordo dell’essenza della felicità, provata a Bruxelles un sabato di giugno alla festa di compleanno di Francis, un collega della cooperazione e sviluppo europea.

Francis era spagnolo, cicciottello, e quando parlava sembrava avesse in bocca una polpetta. Poprio come l’eroe dei fumetti belga in una delle sue avventure, “Tintin au Congo”, stava per partire per il Congo. Nessuno gli regalò il celebre fumetto quella sera, ma solo una guida routard. Noi portammo del rum e un tritaghiaccio per fare i mojito e iniziammo a ballare.

Roberto mi insegnava i passi di salsa senza spiegarmeli. Mi diceva soltanto di non guardare in basso e di chiudere gli occhi: “Se ti guardi i piedi ti spezzo le gambe”, sussurrava. Allora iniziai a farmi trasportare. Non dovevo fare niente, ma a musica finita mi sembrava di aver fatto tutto.

Poi nelle pause sul balcone mi raccontava dei chicchi di caffè che si possono coltivare anche all’ombra e degli ortaggi che invece hanno bisogno del sole. Intanto immaginavamo i campi di patate e fragole cantati da Juan Luis Guerra in “Ojala que llueva cafè”. (“Sembra una llanura de batata y fresa”).

Quella canzone, diceva, lo metteva di buon umore. Ma in effetti di buon umore lo era spesso.

Di giorno entrava nel mio ufficio di soppiatto. Faceva finta di non vedermi e di trovarmi all’improvviso dopo aver perlustrato la stanza, seduta davanti allo schermo a compilare inventari che di certo non avrebbero cambiato il futuro del mondo. Frustrati per la scarsa incisività delle nostre mansioni, decidevamo di andare a prendere il caffè del bar passando per le scale di emergenza. Non le percorreva nessuno e scendendole potevamo fare un pò come ci pareva. Gli altri erano chiusi negli ascensori con le gambe atrofizzate dalle 40 ore settimanali al desk, che però con il nuovo “Flexy time” potevano gestirsi ammazzandosi un giorno e uscendo prima il pomeriggio seguente per la partita di calcio settimanale con i colleghi.

Anche Roberto partecipava agli eventi sociali degli ex cooperanti votati al lavoro di ufficio, sebbene la vita in Commissione sembrava stargli stretta come le cravatte a striscie dei funzionari. Di cravatte infatti non gliene ho mai viste, al massimo si metteva delle giacche a coste beige o marroni. Le stirava di mattina prima delle riunioni importanti.

Quelle poche volte che l’ho incontrato in ascensore sembrava un pesce fuor d’acqua. Faceva finta di imitare i miei gesti e la mia postura. Spalle indietro e petto in fuori, immobile e concentrato come se stesse ancora pensando ad affari di lavoro, composto e distante come se non mi conoscesse e non mi si volesse avvicinare prima di uscire.

La libertà fuori dal palazzo di 12 piani e pareti di vetro stile Gotam City si chiamava 18.01 e si godeva a Saint Gilles, il quartiere bobò di Brussels dove Roberto abitava.

La casa affacciava di fronte al Palazzo del Comune, l’Hotel de Ville. Maestoso, imponente, in stile rinascimentale franco-fiammingo, con le facciate arancioni e le statue di bronzo illuminate anche di notte. Le finestre del salotto sempre aperte ci facevano sentire il brusio dei clienti e lo stridere del vetro dei bicchieri della birreria di sotto, il Moeder Lambic, mentre noi stavamo dentro.

Anche la prima volta che ci siamo incontrati parlammo di caffè. Mi invitava a prenderlo nel suo ufficio apparecchiato con apposita macchinetta fai da te. Stava portando avanti una personale crociata contro la Nespresso della cucina del piano, che consumava più acqua e produceva rifiuti di plastica, con tutte le pellicole delle capsule chic usate dai capi fighetti (classico, decaffeinato, alla vaniglia o al cioccolato). Lui aveva barattoloni di polvere sulla scrivania.

Entrammo in ascensore e per un pò restammo immobili, scordandoci di spingere il tasto per salire. Quando se ne accorse e lo fece gli dissi “è così che deve essere”. Mi rispose qualcosa sussurrandola con voce rauca e dopo qualche mese iniziammo a bere caffè.

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